di Tonino Pinto *

 

Sir Antony Hopkins l’ottantatreenne attore gallese, protagonista di tanti film di successo a cominciare dall’iconico ruolo dello psicopatico Hannibal Lecter nel “Il Silenzio degli Innocenti”, è stato il grande  assente, vincitore dell’Oscar come migliore attore protagonista (scalzando il compianto  Christopher Plummer, fino a ieri detentore  del titolo di artista più anziano con i suoi 82 anni), per il film “The Father- Nulla è come sembra”, nel commovente e straziante ruolo di un anziano genitore alle prese con l’Alzheimer al fianco di Olivia Colman, in nomination in questa 93° edizione, dopo la vittoria nel 2019 per “La favorita”, come miglior attrice non protagonista per l’interpretazione di sua figlia nel film. Una storia senza speranza scritta da Florian Zeller e Christopher Hampton, tratta da un grande successo teatrale dello stesso Zeller, che segna il suo esordio alla regia. A caldo la prima dichiarazione di Mr. Hopkins ce lo rende ancora più straordinario: “La mia unica teoria, è che devi avere fiducia”. “Devi essere sicuro di sapere cosa stai facendo, come guidare una macchina, giocare a tennis o fare il falegname. Devi conoscere la tecnica, imparare il testo. Ho smesso da tempo di pensare troppo. Divori il testo finché non diventa parte di te, segui gli impulsi, i suggerimenti del regista e soprattutto ascolti”.

Migliore attrice protagonista, Frances McDormand, splendida protagonista del film “Nomadland”, che si aggiudica la preziosa statuetta con la storia di una donna che dopo aver perso tutto nella Grande Recessione del 2006 a causa dello scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, intraprende un viaggio a bordo di un furgone attraverso il West americano, vivendo come una moderna nomade. Mentre l’Oscar come miglior film e miglior regia, come da pronostici, è andato alla cino-americana Chloe Zhao che lo ha diretto. Il film aveva già vinto una serie di riconoscimenti, tra cui il Leone d’Oro al Festival di Venezia, il miglior film ai Golden Globe e il miglior film ai Baftas, completando di fatto con questo premio il suo impressionante bottino da quando è stato presentato due anni fa per la prima volta.

Nomadland”, piccola produzione indipendente, trionfatore in quella che molti giornali hanno definito, complice il Covid 19, “L’Edizione della sobrietà”, un’edizione politica e multietnica che ha voluto premiare l’impegno sociale, delle due anime nomadi della regista Chloe Zhao e della McDormand.

L’Italia del cinema è rimasta a bocca asciutta, si è dovuta accontentare delle nomination solo per il trucco e i costumi del “Pinocchio” di Matteo Garrone. Zero Oscar anche per la nostra Laura Pausini nominata per l’interpretazione della canzone “Io Si”, colonna sonora del film di Edoardo PontiLa vita davanti a se”, interpretato da Sophia Loren.

La Pausini che era giunta ad Hollywood piena di speranze con una nomination dopo aver conquistato il Golden Globe, si è consolata con l’esibizione dal vivo della canzone che aveva presentato anche al Festival di Sanremo e con due foto postate su Instagram dopo il Galà: una ufficiale con il bel vestito nero firmato Valentino e l’altra con un bel panino: ”Ecco, così’ finiscono le serate delle mie nomination, consolandomi con  un hamburger!”,  come ha riportato  spiritosamente  sul suo profilo.

Una cosa è  sicura, in attesa di conoscere dalla ABC l’esito degli ascolti, già in calo da alcuni anni, questa cerimonia degli Oscar sarà ricordata più che per le statuette attribuite,  soprattutto per lo spostamento delle date, per i limiti imposti dalla pandemia e  anche  per quel “colore” di mondanità, in verità un po’ pacchiano, che ha caratterizzato da sempre la cerimonia degli Oscar fra due ali di folla sulle gradinate che urlavano il nome dei beniamini che sbarcavano da nerissime limousine e in sfilata sul red carpet del Dolby Theatre ( storica location degli Oscar) in Hollywood Boulevard e all’Union Station in perfetto stile coloniale  a nord-est di Downtown. Per farsi intervistare dai media di tutto il mondo, con gli inviati, vestiti anche loro con i tight d’ordinanza noleggiati per l’occasione e con una serie di trucchi per garantirsi che le star si fermassero davanti al microfono dell’inviato di turno, come quella di distinguere la propria nazionalità’ con le bandiere piazzate sulle telecamere.

Ma forse a luci spente, ha ragione l’amico Paolo Mereghetti quando scrive in un suo editoriale, che questa 93a edizione, è stata l’edizione più mesta anche come titoli dei film in gara, anche se è lecito pensare che possa segnare l’inizio della ripartenza almeno in Italia dove alcune sale cinematografiche hanno riaperto i battenti programmando proprio con “Nomadland” molti film nominati dagli Oscar; anche se, come invece chiosa una sua corrispondenza da New York Antonio Monda, direttore della Festa del Cinema di Roma, che per godere di qualche momento di autentico cinema, ci si è dovuti accontentare di uno stacco pubblicitario dove è stato mostrato il teaser di“West Side Story” a firma di Steven Spielberg.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

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