di Tonino Pinto

 

Alda Giuseppina Angela Merini, più nota come Alda Merini, una delle Donne più straordinarie del secolo scorso, sensibile ed innovativa, struggente, incisiva, poetessa, aforista e scrittrice, ma anche musicista e cantante. ”Sono nata il 21 marzo a primavera” diceva,V  ”ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta” a Lei che nata a Milano da una modesta famiglia, ragazzina sensibile, malinconica e solitaria, a Lei che a soli 16 anni, scriveva già poesie, a Lei e con Lei, Quarta Parete riapre e dedica la serie di ritratti sulle Donne eccezionali che hanno caratterizzato il mondo del ‘900. ”Io la vita” raccontava agli amici e agli intellettuali che la frequentavano, ma soprattutto alla gente semplice delle cantine sui Navigli della sua Milano dove abitava in un piccolo appartamentino che a malapena conteneva il suo pianoforte, ”Io la vita l’ho goduta, perché  mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella, perché l’ho pagata cara”. Infatti per Alda Merini, poesia e manicomi sono state le costanti di un’esistenza piena di scritti, aforismi, poesie, prestigiosi premi letterari che  la spingevano verso il Nobel della letteratura, amica di grandi intellettuali e soprattutto del suo mentore Giacinto Spagnoletti che la fece esordire nell’universo delle menti a soli 15 anni. ”Ma non  sapevo che nascere folle, potesse scatenar tempesta”, scriveva, un bagaglio letterario stupefacente lasciatoci  in eredità’ e proprio in questi giorni, il regista Marco Spagnoli  sta realizzando un docufilm con Claudia Gerini che attraverso testimonianze e inediti ripercorre la vita di Alda Merini. ”Non avrei potuto scrivere in  quel momento nulla che riguardasse i fiori perché’ io stessa ero  diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa” da “L’Altra Verità”, diario di una diversa che entrava e usciva dai manicomi, il suo primo libro in prosa che come sottolinea Giorgio Manganelli non è un documento, né una testimonianza sui dieci anni trascorsi dalla Merini in manicomio, ma una ricostruzione  struggente per “epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni di uno spazio, non un luogo, dove irrompe il naturale inferno dell’essere umano  a cui seguiranno opere come “Fogli bianchi”, ”La volpe  e il sipario”, ”Testamento”, ”Le  parole di Alda Merini”, ”Vuoto d’amore”, ”Ipotenusa d’amore” ,”Il monarca del re’”, ”Aforismi”, arricchito dalle fotografie di Giuliano Grittini e ”Titano, amori intorno” pubblicato nel 1993.

Più di cinquecento testi, opere come “Canto di spine”, ”Versi italiani del novecento” in forma di canzone dove Alda Merini suona il tema e canta Jonny Guitar, fra i cofanetti  con videocassetta dal titolo “Più’ bella della  poesia è  stata la mia vita”. Tantissimi i premi nel 2007 con “Alda e io”, favole scritte con Sabatino Scia, Alda vince il Premio Elsa Morante, lo stesso anno ottiene la laurea honoris causa presso la facoltà’ di Scienze della Formazione presso l’Università di Messina, nel 2009 viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia il documentario con Mariangela Melato “Alda Merini, una donna sul palcoscenico” di Cosimo D’Amiano D’Amato. Su Alda Merini hanno scritto in tanti da Pasolini a Renato Minore, da Vigorelli a Portinari, da Carlo Bò a Maria Corti, da  Guido Ceronetti a Susan Stewart. Poesia e manicomi saranno due costanti della sua vita, a soli sedici anni viene internata per un mese in una clinica psichiatrica, le viene diagnosticato un disturbo bipolare, nel 1954 sposa il panettiere Ettore Carniti dal quale ebbe quattro figlie. ”Quando venni  ricoverata ancora in manicomio avevo fatto dei figli, qualche amara esperienza alle spalle fra ricoveri forzati e volontari, depressioni. Si ho avuto quattro figlie, allevate poi da altre famiglie” scriveva Alda nella sua biografia. Alda Merini torna alla scrittura e nel 1979 rimane vedova e si risposa nel 1983, negli anni novanta riceve il prestigioso Librex Guggenheim Eugenio Montale per la poesia e il Premio Elsa Morante. Cede al fascino della televisione: ”Mi piace” diceva, ”perché’ mi truccano e si può chiacchierare con tutti sti letterati, sti magistrati. sti professionisti”. ”Ma il mio animo era rimasto semplice e pulito, anche se talvolta davo segni di  stanchezza”.  Oggi sul portone della sua casa sui Navigli a Milano in Ripa di Porta Ticinese 47, c’è una targa che la ricorda, li c’è ancora, nella memoria di amici come Vincenzo Mollica grande amico di Alda, di Milva, che ha cantato le sue poesie, poeti, scrittori, attori, registi,  la gente semplice che amava i suoi pensieri, le sue tante opere, le sue canzoni, li rivive il suo mondo fatto di vecchi oggetti, carte, una macchina da scrivere, collane, rossetto, posaceneri  pieni ancora dell’odore  di sigarette senza filtro, numeri di telefono e appunti notati sui muri,  con quei ricordi e la sua straordinaria vitalità, mai artificiale, perla rara in un mondo intellettuale globalizzato, anche le figlie hanno fatto pace con una figura materna tanto difficile da vivere.

Diceva Alda Merini. ”La migliore vendetta è la felicità’, non c’è niente che faccia  più impazzire la gente  cattiva che vederti felice, la cattiveria è degli sciocchi, di quelli che non  hanno ancora capito che non vivremo in eterno, se le donne  sono alle volte frivole è perché sono intelligenti a oltranza, io sono una piccola ape furibonda. ”Il primo  novembre del 2009 Alda Merini, poetessa, lucidamente viva e sincera, ”La poetessa della porta accanto” come la definiva la gente ci lasciava, per lei ci furono i funerali di Stato ed il Presidente Mattarella disse: ”Il talento di una Donna indocile è patrimonio che ci arricchisce, grazie alla Sua  acuta sensibilità e a un’originale forza poetica, Alda Merini(a cui lo Stato  aveva riconosciuto i benefici della legge Bacchelli), è riuscita a conquistare un posto di rilievo nella nostra letteratura contemporanea” e a più di  dieci anni dalla sua scomparsa, quella voce risuona ancora viva, spingendo chi si accosta ai suoi versi ad indagare ancora, gioie e dolori, speranze e fatiche dell’esistenza. ”Non ho avuto il piacere  di conoscere Alda Merini,  ma ho assistito alle numerose telefonate  con lei che faceva il bravo collega Vincenzo Mollica, è stato come aprire uno dei suoi libri, dei suoi scritti, vivere la personalità fuori dai confini del reale, come il magico  mondo illusorio ma pungente dei grandi  fumettisti come Pratt, Pazienza, Manara, Crepax ed altri  geni, sposati intellettualmente da giornalisti sinceri e appassionati come Mollica o registi poeti e visionari come Fellini. Su Alda Merini hanno scritto in tanti e tanti ne ricordano la personalità come uno dei tanti bottegai sui navigli. Simenon diceva:  “Un gallerista abitava qui, qui ha vissuto  anche la poetessa Alda Merini una Donna che non coltivava la sua popolarità”. A me piace immaginare  di vederla ancora suonare le sue poesie al piano  e ad ascoltarla  pazzoidi come il pittore del naïf Ligabue, l’ossessionato dai colori Van Gogh, lo schizofrenico matematico e Nobel Nash,  perché ho pensato e penso nel mio piccolo, piccolissimo, credo proprio che Alda Merini come loro abbia in fondo capito che i pazzi veri, quelli proprio  pericolosi, non stanno in manicomio, ma FUORI!

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