di Giorgia Leuratti

 

 

Ifigenia non è vergine, suo padre non è Agamennone e non c’è forza nella sua stirpe.

Arranca nel margine chiassoso della dimenticanza dove l’alcol rende i denti friabili, la pelle dura, la vita una beffa.

“Voi dovete ringraziarmi”, questo l’incipit provocatorio di “Ifigenia in Splott” monologo di Gary Owen in scena all’Eliseo Off di Roma fino al 29 Aprile, per la regia di Roberto Romei.

Lo spazio è minimo, la scena è vuota ma la voce basta per plasmare immagini e costruire paesaggi: irruenta quanto strafottente una donna irrompe turbando gli sguardi e stracciando il silenzio.

Non una spedizione greca per la guerra di Troia ma la periferia marginale e fatiscente è il luogo d’azione che, evocato dal racconto della sua protagonista si riempie di strisce d’auto, cessi abbandonati, ruote di metallo; eppure anche lì risuona il richiamo arcaico di una “vittima dell’esistenza” che annaspa per sopravvivere, che si offre vittima di un sacrificio più grande di lei.

Un deficiente imbottito di steroidi, una nonna pensionata e ancora cassiera al supermarket, un uomo con la gamba di plastica; nel vortice di una vita violenta che sembra cancellarla, un’eroina sboccata continua a subire i colpi sferzanti della sua tragedia.

Un amore, un abbandono, una gravidanza rifiutata e poi accolta come dono contro la solitudine, un parto sadicamente interrotto da un sistema che ne abbrutisce ogni speranza.

Nel rocambolesco flusso di coscienza, l’interprete Barbara Chichiarelli ci catapulta dentro una realtà celata e spietata che strappa i lembi della nostra indifferenza; la sofferenza incarnata dalla tragedia si deforma nella contemporaneità senza privarsi del suo senso più profondo: laddove in Eschilo il capo degli Achei sacrifica sua figlia per salvare le sorti della Grecia, una giovane madre rinuncia alla sua creatura e accetta impassibile l’attuarsi della sua lacerazione.

A conferma di come non servano larghi tempi o grandi impianti scenici per determinare la riuscita di un’opera, lo spettacolo si presenta come atto unico e per la durata di un’ora tiene vivo il nostro sguardo. Essenziale quanto riuscita la scelta dei costumi di Francesca di Giuliano che, il cui contributo insieme a quello dei Marco D’Amelio ( disegno e luci) rende l’opera ancora più efficace nella sua intima pregnanza.

 

 

 

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