di Raffaella Bonsignori

Dal 4 al 7 e dall’11 al 14 novembre al teatro Testaccio andrà in scena un monologo impegnativo e intenso scritto e diretto da Paolo Vanacore e interpretato da una bravissima Carmen Di Marzo: “14 Wo(man)”.

Ho avuto il privilegio di veder nascere questo spettacolo, assistendo in anteprima ad una prova casalinga; l’ho poi seguito a teatro. Quando ci si trova dinanzi ad uno spettacolo così significativo vengono in mente molti aggettivi. Coraggioso è il primo. In questa tragedia contemporanea Vanacore e la Di Marzo hanno voluto aprire una finestra su “un mondo alla rovescia”, hanno voluto capovolgere l’idea del dramma, focalizzando l’attenzione su un caso giudiziario dei più discussi d’Inghilterra, quello di Johanna Denney   – qui Giovanna Denne -,   una spietata serial killer arrestata nel 2013 ed ora all’ergastolo. Verrebbe da dire che hanno cavalcato un’onda anomala, portando in scena, in questo triste mondo di femminicidi, una donna assassina, una carnefice e non una vittima. Ma è proprio così? Carnefice e vittima sono davvero due entità separate? Il testo di Vanacore e la magistrale interpretazione della Di Marzo superano agevolmente le dicotomie facili della morale comune. C’è un testo nel testo, ci sono realtà che si celano dietro altre realtà. È un puzzle emotivo, questo spettacolo. Lo spettatore è chiamato a viaggiare con la protagonista, tra le sue parole, i suoi sguardi, i suoi tic, i suoi movimenti e va oltre la spietatezza, va oltre la sua profonda solitudine, va oltre la paura che si trasforma in crudeltà; sale in palcoscenico avvolto dalla storia e dall’interpretazione, catturato dalla musica di Alessandro Panatteri, che suscita sempre grandi emozioni. Il numero “14” ricorre a vario titolo e Panatteri ha creato quattordici inserti musicali che parlano quanto la protagonista, sia con le gocce di sangue che sottolineano gli omicidi, quattordici anch’esse, sia con la melodia.

Parlavamo di aggettivi. Il secondo che viene in mente è simbolico. La scena è scarna, cruda, come la vita della protagonista, come il luogo da cui parla, ma racchiude campi ipnotici ricchi di simboli, di particolari che partecipano alla storia. Una scelta non solo condivisibile, ma coinvolgente. Il fruitore del messaggio artistico si trasforma in investigatore. Dov’è il luogo di isolamento? Dov’è la stanza per il colloquio? Cosa li delimita? Cosa li caratterizza nel loro infernale significato intimo? Simbolo è un termine che ha origini greche: sun (insieme) e ballw (gettare, porre) ossia mettere assieme; sotto il profilo semantico, dunque, il simbolo rappresenta la duplicità. Non potevano non esserci simboli, in questa pièce. La duplicità è ovunque: nell’anima della protagonista e nella sua realtà esistenziale. Persino il trucco la evidenzia. Nella locandina vediamo due metà di un essere per sempre incompleto e il titolo contiene la parola donna scissa eppure unita alla parola uomo.

Un altro aggettivo: umbratile. L’ombra delle scelte non fatte, dei confini attraversati si posa sui passi verbali della protagonista. Carmen Di Marzo è straordinaria: modula la sua voce, la plasma come creta, la scolpisce come marmo. Cambia costantemente: rimane “una” e diventa “molte”, viaggia nella realtà e nella contro-realtà. Una donna con un lato maschile che urla e un lato femminile che subisce. Assistiamo ad un monologo che è dialogo, in realtà, un dialogo a più voci, quelle della protagonista e del suo doppio, quelle delle vittime, quella del medico: la Di Marzo comunica quando parla, ma anche quando ascolta risposte che il pubblico non sente e che il linguaggio del corpo e la prossemica restituiscono. Una difficilissima prova attoriale, ma anche uno singolare e lodevole lavoro di sintesi storica fatta dal drammaturgo e regista, che si è mosso molto bene sia nel solco degli accadimenti storici, sia in quello della loro lettura criminologica, attraverso uno studio attento delle dinamiche del delirio e della lucida follia in un costante alternarsi tra realtà e irrealtà.

Ancora un aggettivo: perenne. Quest’opera, infatti, attraversa il tempo in un costante divenire tra passato e presente, in un sapiente uso del flashback. Il risultato è un “sempre” che non si evolve ed un “mai” che ritorna ciclicamente, è la storia della violenza del passato e della sua normalizzazione nel presente, ma anche delle paure e delle fragilità, sebbene mai orientate al pentimento. Il tempo si confonde e si separa, scandisce le fasi della storia, ma lascia intendere anche che certi moti dell’animo non seguono le regole del mondo: hanno un tempo proprio che è un costante percorso vizioso dove il punto di partenza coincide con l’arrivo. Non cresce, la protagonista, non si evolve. È prigioniera del suo egoismo che mette in atto tecniche predatorie in una perfetta rappresentazione del narcisismo e della psicopatia. Agisce nella più ampia amoralità, o, meglio, nella presenza di una morale alternativa, volta alla soddisfazione dell’esaltazione narcisistica.

L’ultimo aggettivo che userei per descrivere questo spettacolo è rappresentativo, perché non è solo emblema di una nuda realtà ignota a molti, ma perché, attraverso la mimica, la comunicazione non verbale, la Di Marzo raggiunge una tale potenza espressiva da diventare icona della storia, anzi di tutte le storie come questa.

Un florilegio di emozioni e sensazioni attende il pubblico. In alcuni momenti questa pièce lascia senza fiato, tanto è graffiante, tanto è terribile. Di sicuro si torna a casa con molti pensieri che si agitano. E uno spettacolo che resta dentro anche dopo che il sipario è calato e le luci si sono spente è uno spettacolo che vale la pena di vedere.

Condividi su: