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Sul palco del Costanzi un Dante moderno tra musica e oscurità

All’Opera di Roma l’Inferno del Sommo Poeta ha la forma di una casa moderna e la musica di Lucia Ronchetti

Una casa moderna, linee pulite, buia e minimalista. È questo l’Inferno di Lucia Ronchetti, in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al prossimo 7 marzo. La prima italiana di quest’opera, commissionata dallo stesso Costanzi, riprende la prima delle tre cantiche della Commedia unendo alla poesia la musica in un’ambientazione che rende l’Inferno una sorta di casa stregata grazie alla regia di David Hermann.

Ph. Fabrizio Sansoni

Lontano dall’idea canonica di Aldilà, l’imbuto che parte dalla religione e arriva alla letteratura, questo nuovo Inferno non è meno spaventoso, ci appare solo più familiare. La scenografia di Jo Schramm è costruita su tre piani che escono e rientrano nel palco, attraversati da un ascensore che è l’unico mezzo per salire e scendere, questo Inferno è quasi una casa delle bambole in cui non si va solo verso il basso, ma bisogna far su e giù per incontrar le bolge. Le stanze ricordano pene e peccati, dalla nave di Caronte, ora vasca da bagno, al letto d’amore di Francesca da Rimini.

Accompagnato da ottoni e percussioni dell’Opera di Roma, sotto la guida del Maestro Tito Ceccherini, l’Inferno di Lucia Ronchetti assume toni antichi. Ancor più che in un’opera classica, dove la musica accompagna il canto degli interpreti, qui la parte musicale è fondamento scenico e d’ambientazione. Se una Tosca sarebbe Tosca ovunque la si interpreti, l’Inferno di Ronchetti non può uscire dall’oscurità in alcun modo, e anche qualora una diversa scelta registica ci provasse basterebbe la musica per rispingerci nelle profondità dell’oltre mondo del male, senza che luce possa redimerci. Nascosto agli occhi degli spettatori anche il Coro dell’Opera di Roma, sempre guidato dal Maestro Ciro Visco, che pure è stato parte fondante di questo viaggio, in cui le anime incrociate dal Poeta sono solo parte di ampie schiere, voci in sottofondo di tragedie, dolori e colpe costrette a pagar per l’eternità.

Al centro della scena vi è il Dante di Tommaso Ragno, vestito in abiti moderni con una camicia rossa che ricorda la tunica del Sommo Poeta, un lavoro interessante quello della costumista Maria Grazia Chiuri che sceglie un minimalismo pulito e semplice per il Poeta e i suoi dannati. Le parole di Dante sono quelle della Commedia, affidate a un’interpretazione contemporanea che Ragno riesce a rendere senza apparire mai contraddittorio. Ci affidiamo a questo Dante che potrebbe essere il nostro vicino di casa ma che parla come un uomo del ‘300 perché questa commistione di immagine e voce non risulta mai incoerente. 

Un Dante solo, senza un Virgilio fisico, sostituito dal canto della sua voce interiore (Andreas FischerGuillermo AnzorenaMartin Nagy, Daniel Gloger). Un ensemble vocale che dà forza al dialogo intimo del protagonista apparendo in scena vestito di nero, come un’ombra del poeta, un lato altro della sua mente rispetto a quello che vaga per l’Inferno. Dante è solo con i suoi pensieri mentre attraversa i tre piani della struttura, passando da un girone all’altro, da un protagonista all’altro, e non potendo dialogare col suo Maestro si trova ad aver a che fare con sé stesso. 

La scelta che Lucia Ronchetti ha adoperato nella selezione dei canti sposa due profili; quello classico, alcune delle vicende più note, e quello personale di Dante, degli uomini conosciuti che il Poeta decise di inserire nel suo Inferno. E così si inizia con Caronte (Fabio Ulleri) e Minosse (Carlo Guglielminetti, la cui ottima interpretazione è stata in grado di trasmettere una necessaria forte angoscia), che recitano in prosa caricando d’angoscia l’avvio del viaggio. Più ancora dei peccatori, figure umane macchiate dal male, sono queste presenze demoniache a incutere terrore anche nello spettatore, a indicare quanto si stia scendendo negli abissi infernali. Eppure subito questo stato di paura cambia, si passa al dolore più profondo grazie all’elegante e a tratti straziante voce di Laura Catrani. A lei il compito di dar vita a Francesca da Rimini, che peccò d’anima più che di mano e che incarna la sofferenza prima ancora della rabbia.

Similmente a Francesca si sente un maggior peso emotivo con Cavalcante de’ Cavalcanti (Ignazio de Ruvo) e Pier delle Vigne (Aurelio Mandraffino) con il quale l’azione scenica si sposta sul lato della casa, quasi un balcone. Nel suo quadro l’azione scenica arriva al limite della danza, più isolato rispetto agli altri e quindi in qualche modo più libero di esprimersi. Dolore che tornerà ancora col Conte Ugolino (Patrizio Cigliano), costretto a ripercorrere la sua drammatica storia.

La rabbia dei dannati si sente invece col Filippo Argenti di Alessandro Onorati e il Vanni Fucci di Francesco Kolijas, con il quale torna un maggior rilievo dell’azione col furto dei quadri, che ne ripercorre le gesta in vita più che la pena infernale. Ancor diverso è invece il lavoro fatto su Brunetto Latini (Eugenio Krauss), che con Dante ha lo scambio più vivo, figlio della relazione di conoscenza avuta in terra, mentre Matteo Magatti riesce a canalizzare bene, in poche frasi, il suo Alessio Interminei l’adulatore. Più lontano dagli altri è invece apparso l’Ulisse di Leonardo Cortellazzi. A lui è dedicato un momento più lungo, eppure la sensazione di lontananza rispetto al pubblico è apparsa più forte, non dando alla sua storia un peso scenico maggiore, che forse gli avrebbe giovato. 

Ultimo, ma certo non per importanza, il Lucifero di Fischer, che abbandona il ruolo di coscienza per divenire principe degli inferi. Scritto da Tiziano Scarpa, il suo finale è una ridefinizione del personaggio e del suo ruolo, lontano da ogni riflessione sul bene e sul male o sulla caduta all’Inferno del più bello degli angeli. Lucifero mastica, non parla, destinato all’infinito a quella che è pena per lui e per chi distrugge, e Fischer va in crescendo in questo narrare che confronta Dante col Male, il Poeta che può parlare e l’altro che non può staccarsi dal suo destino. Non vi è contraddittorio, non c’è spazio per una replica, Lucifero è l’ultima voce che parla, il suo monologare è per noi e per Dante ma senza noi e senza Dante, libero solo per la prima volta di provare a dire pur sapendo di non dire. 

Ph. ©Fabrizio Sansoni

E così il Dante di Lucia Ronchetti finisce annichilito, muto, la sua scena rubata dal Principe dell’Inferno. 
Non vi è un’uscita attraverso la quale andar a riveder le Stelle, anche i balconi della casa sono parte dell’Inferno, chissà se alla fine troverà la strada per venir fuori. In una forte e sentita commistione di musica, canto e recitazione Ronchetti è riuscita a dar al suo Inferno un’intensa modernità drammaturgica, senza la necessità di attualizzare una lingua che serve a contestualizzare il male secondo i canoni Danteschi. Una piena consapevolezza del tema corroborata da un’attenzione finissima alla contemporaneità. Merito anche dell’Inferno di Dante, sempre attuale e universale, capace di dir qualcosa anche dopo sette secoli e un quarto, e di una compositrice che questi sette secoli li fa fruttare, non per superare il Maestro ma per mettere al suo servizio la modernità.

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Inferno di Lucia Ronchetti – Dall’omonimo poema di Dante Alighieri – Epilogo di Tiziano Scarpa – Direttore Tito Ceccherini – Regia  David Hermann – Maestro del Coro Ciro Visco – Con: Tommaso Ragno – Laura Catrani – Leonardo Cortellazzi – Andreas Fischer –  Fabio Ulleri-  Carlo Guglielminetti – Alessandro Onorati – Ignazio de Ruvo – Aurelio Mandraffino – Eugenio Krauss – Matteo Magatti – Francesco Kolijas – Patrizio Cigliano – Guillermo Anzorena – Martin Nagy – Daniel Gloger – Scene Jo Schramm – Costumi Maria Grazia Chiuri – Luci Fabrice Kebour – Drammaturga Mareike Wink  – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma -Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma -Prima esecuzione assoluta della versione italiana commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma – Dal 19 febbraio al 7 marzo 2026

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