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Il rock sazio al tempo della ricorrenza

Una breve riflessione sul ritorno degli U2 “là dove tutto era cominciato…”

A Dublino, nel cortile della Mount Temple Comprehensive School, quattro signori ultrasessantenni, molto ben tenuti, si sono ritrovati qualche giorno fa per celebrare cinquant’anni di attività musicale. La notizia è di quelle che fanno la felicità dei comitati di benemerenza e dei titolisti dei quotidiani di provincia: «Lì dove tutto ebbe inizio».

L’inizio, secondo leggenda, fu un volantino bagnato dalla pioggia, affisso alla bacheca dell’istituto da Larry Mullen, ragazzo pratico in cerca di compagni dotati di uno strumento. Risposero in tre. Il 25 settembre scorso, proprio quel cortile che un tempo aveva fatto da sfondo a ginocchia sbucciate e lezioni seguite più o meno svogliatamente si è trasformato, per un giorno, in una sorta di santuario laico dedicato alla celebrazione di alcuni miliardari del rock.

IIl pubblico era composto dagli studenti di oggi: adolescenti che guardavano i quattro vegliardi con la curiosità rispettosa che si riserva agli oggetti di un’altra epoca, come un telefono a disco ancora appeso al muro.

Bono Vox, fasciato nell’immancabile divisa da profeta in pensione, ha preso la parola per spiegare ai giovani il valore dei sogni e il pensiero dello spettatore laico della scena (come il sottoscritto) viene irresistibilmente attratto dall’insolente riflessione che non c’è niente di più patetico e pericoloso di un uomo ricco che spiega ai poveri come si fa a sognare: si rischia di suscitare l’idea che la povertà sia soltanto un difetto di volontà.

I quattro, tra una battuta e l’altra, si sono messi a suonare: e il suono, un tempo rabbioso e spigoloso – in perfetta coerenza con l’ispido tempo giovane – era oggi levigato, pulito, impeccabile con quella malinconica perfezione che possiedono le cose che non corrono più alcun rischio. È vero che la legge del pendolo, anche in fatto di temporalità, prevede ritorni sul luogo del delitto, ma per il rock vale una legge diversa: si torna dove si è nati solo quando non si sa più bene dove andare.

Un celebre aforisma sostiene che la nostalgia sia l’arte di ricordare le cose peggiori con il sorriso sulle labbra. Gli U2 (che perseverano nel rimanere uniti) ne hanno fatto una risorsa redditizia. Vederli lì, tra le mura scolastiche, ricordava quei vecchi attori che, non sapendo come passare il pomeriggio, tornano nei teatri di prosa a toccare le quinte di legno e spolverare i propri ricordi con il fazzoletto.

E così, tra un’eco di chitarra filtrata da un milione di dollari di amplificatori e una battuta d’ironia (rigorosamente a beneficio di telecamera), la cerimonia si è conclusa. Gli studenti sono tornati alle loro classi, sollevati. I quattro sono saliti su altrettante, tenebrose, automobili a vetri oscurati, magari diretti verso altre celebrazioni, impugnando sempre il brand della fame nel mondo.

Restava nel cortile soltanto il soffio del vento irlandese, indifferente alle ricorrenze, e la vaga sensazione che cinquant’anni di rock siano serviti soprattutto a dimostrare una cosa: che persino la ribellione, se ben gestita, può garantire una vecchiaia confortevole.

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