di Giorgia Leuratti

Il ritmo di una filastrocca cantata invade lo spazio, si arresta solo all’aprirsi della prima scena: un maestro parla ai suoi alunni facendo ticchettare la penna sulla scrivania di legno.

Presentato il 21 aprile in diretta streaming nell’ambito del Roma Fringe Festival 2021, Spaidermen è l’evocativo monologo dell’attore barese Giacomo Dimase, costruito sulla continua alternanza di due tempi: il passato di un’infanzia immaginifica e il presente che in esso sembra completarsi, spiegarsi, comprendersi.

Dall’aula di una scuola all’atmosfera variopinta di un mercato rionale, da un adulto a un ragazzino che si svegliava alle sette, guardava Heidi e mangiava biscotti al cioccolato: ha inizio la narrazione da un lunedì diverso dagli altri, decisivo punto di svolta per un bambino che non conosce la cattiveria, che per la prima volta avverte la minaccia del mondo.

“Se io non li sento, loro non mi vedono” – con le cuffie alle orecchie, Giacomo trova nella musica l’unico strumento che gli consenta di rendersi invisibile a ciò che gli fa paura: quel ragazzo che sembrava un serpente, che dall’alto della sua bicicletta gli gridava “Ah ricchiò!”.

Ed ecco che il bambino diventa professore, che il professore si trova a leggere la storia di un calciatore che si veste da principessa: è la voce dell’attore-narratore l’unico elemento che, nella quasi totale assenza di elementi di scena, consente la rievocazione delle atmosfere e degli ambienti descritti.

Nel “polivocalismo”, nella sperimentazione di timbri differenti per ognuno dei personaggi, Dimaseni riesce a interiorizzarne le caratteristiche, a rappresentandone i tratti salienti, le specificità, le peculiarità vocali, costruendone l’aspetto per poi indirizzarlo all’immaginario dello spettatore.

La voce di una bambina, lo sguardo di un cameriere, poi una corsa forsennata: messo con le spalle al muro l’insegnante è obbligato a porgere delle scuse immeritate di fronte alla classe di alunni, si scopre finalmente coraggioso nell’affermazione delle sue convinzioni e, in piedi sulla scrivania, rende manifesta la sua indignazione.

È allora che l’immaginazione si sposta sulla scena di un tribunale in cui ora San Nicola, ora la figura della madre, ora un peluche di “Anastasia” sono chiamati a testimoniare: solo ricongiungendosi con l’immagine della sua infanzia e alle frustrazioni che a questa si riconducono il protagonista, dapprima spaventato, smette di fuggire e assume consapevolezza di sé: è tornato a casa il supereroe dagli occhioni da principessa.

Vivido, visivo, diretto, il linguaggio dell’attore barese restituisce la sofferenza insita nell’accettazione di sé, l’imbarazzo nell’approccio con un’alterità potenzialmente “giudicante” ma anche l’ironia che sembra attraversare ogni contesto che ruota attorno alle singole esistenze.

 

 

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