di Tonino Pinto*

 

Lo avevamo già scritto in uno dei nostri articoli d’apertura, oggi i giornali in Francia e non solo titolano  sulla 74a edizione del ritrovato Festival del cinema di Cannes: “È l’ora delle donne”, sottolineando non solo la massiccia presenza di registe e interpreti di storie al femminile come il magnifico film di François Ozon sulla libertà di vivere dal titolo “É andato tutto bene” interpretato da una splendida  Sophie Marceau,  sottolineato  anche dalle dichiarazioni  in una affollatissima master class di Jodie Foster che ha detto: “Mai come adesso, anche a Hollywood le cose sono cambiate, è giunto momento di farci valere e di proporre la nostra visione” e giù applausi.

Donne anche nelle storie dei due film in concorso: uno Lingui del regista e sceneggiatore ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, un film sulla lotta di Amina, una madre che cerca disperatamente di proteggere sua figlia Maria incinta a soli 15 anni. Vuole abortire, ma l’ambiente in cui vive è ostile a questo tipo di pratica. L’aborto è anche condannato dalla legge e dalla religione nel paese. La vita di Amina è ulteriormente complicata dalla gravidanza precoce di sua figlia e dai vincoli sociali e religiosi. Il cineasta africano è un habitué della scena, nel 2010 ha vinto la palma con il suo film “Un homme qui crie” e Julie.

L’altro del norvegese Joachim Trier, una metafora generazionale dove una giovane donna alle soglie dei 30 anni, non riesce a sistemarsi e a trovare la sua strada. Quando pensa di aver trovato un po’ di stabilità con Aksel, un 45enne autore di fumetti di successo, amorevole e protettivo, incontra il giovane e bello Eivin, sperando ancora in una nuova vita. Donne invece dietro la macchina da presa come nel caso delle bulgare Mina Mileva e Vesela Kazakova che con Women Do Cry, all’interno della sezione “Un certain regard”, si tuffano nel cuore delle contraddizioni del loro paese mettendo a nudo lo scontro e la violenza di genere di una società patriarcale. Tanto per rimanere sulle “quote rosa”,  red carpet anche per la figlia d’arte Charlotte Gainsbourg che presenterà un documentario sulla madre Jane Birkin dal titolo Jan par Charlotte.

Ma la scena qui a Cannes in netto contrasto con i titoli di cui sopra sarà tutta per il “maschietto” Matt Damon, protagonista fuori concorso di La ragazza di Stillwater di Tom McCartthy, regista dell’ottimo Spotlight sui giornalisti del Boston Globe che denunciarono gli abusi sessuali all’interno della chiesa cattolica. Un thriller girato fra l’America e la Francia insieme a Camille Cottin e Abigail Breslin dove Damon, operaio di una ditta petrolifera dell’Oklaoma è Bill, un padre che cerca di scagionare sua figlia accusata di un omicidio che sostiene di non aver commesso, detenuta nel carcere di Marsiglia. Messo a dura prova dalle difficoltà linguistiche, dalle differenze culturali e da un complesso sistema legale, rende la battaglia per la libertà della figlia la propria missione. Naturalmente fotografi e televisioni in fibrillazione per l’indimenticato protagonista di Will Hunting e Jason Bourne.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

 

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