di Edoardo Vezzi

Una luce si scaglia contro la folla illuminando i volti, mettendo in risalto le espressioni disperate di un gruppo di profughi. Intorno è buio, ma è giorno. Le ombre sono dure, i corpi ammassati rivelano la straziante condizione umana che pesa come un macigno sulla vita delle persone.

Com’è possibile trovare Pirandello e Caravaggio nella stessa frase? Cosa accomuna queste due grandi menti? La risposta è Alex Majoli. Il fotografo ravennate, considerato uno dei più importanti fotogiornalisti al mondo, è entrato nella celebre agenzia Magnum a soli trent’anni, ricoprendone la carica presidenziale per tre anni dal 2011. Da dieci si dedica alla ricerca di un linguaggio fotografico autoriale culminato in Scene.

Scene è composta da una serie di immagini in bianco e nero realizzate seguendo un pensiero che affonda le proprie radici nella concezione pirandelliana dell’esistenza. Il drammaturgo siciliano definisce la vita dell’uomo come un flusso in continuo cambiamento, il “vitalismo”, che porta l’essere umano ad indossare diverse maschere, recitando vari ruoli all’interno della società. Nel momento in cui proviamo e riusciamo a disfarci della maschera, veniamo immediatamente rifiutati dalla comunità a tal punto da essere definiti pazzi.

Majoli fa sua la “dottrina” pirandelliana: ritrae ogni tipo di situazione costruendo un teatro intorno ai soggetti fotografati, un luogo in cui gli attori possano esibirsi recitando la parte della loro stessa esistenza. L’immagine è drammatica, cupa, i volti sono illuminati prepotentemente dal flash e, molto spesso, l’ambiente circostante è oscurato, sottolineando in questo modo i volti espressivi dei protagonisti. L’artista ha fotografato seguendo questo schema ogni tipo di realtà, dalle emergenze umanitarie alle rivolte nei paesi nordafricani, dal Congo, alla Russia, all’India, fino alle città italiane colpite dal Covid-19.

E Caravaggio? Il particolare utilizzo della luce, la drammaticità degli eventi fotografati, l’espressività degli “attori” riprende esteticamente la forma pittorica dell’artista di Milano. Il bianco e nero tetro, i flash abbaglianti, creano una perfetta scena teatrale con la quale il fotografo vuole mettere in risalto le maschere che ogni uomo indossa in questa vita. Non vi è infatti una connessione tra gli eventi ritratti, il punto non è nelle situazioni, nell’accadimento di certi fatti, ma nel rapporto tra l’uomo e la recitazione.

Il curatore David Campany, editore del libro Scene pubblicato dalla casa editrice Mack Books, che raccoglie il lavoro del fotografo, spiega così la prospettiva dell’autore “Majoli comincia a scattare non dando alcuna indicazione alle persone capitate di fronte al suo obbiettivo. Potrebbe finire tutto in venti minuti, ma potrebbe anche andare avanti per un’ora o anche più. Forse le persone modificano le loro azioni in vista dell’immagine che sta per arrivare, forse perfezionano i loro gesti nell’autocoscienza, o forse no. La rappresentazione del dramma e il dramma della rappresentazione diventano la stessa cosa. Il flash della camera è istantaneo ed è molto più forte della luce del giorno. Ma tutta la luce immerge il mondo nella notte, o nella luce della luna. Il mondo appare come un palco illuminato. Tutto sembra stia accadendo alla fine del giorno, proprio quando il mondo dovrebbe spegnersi offre una messa in scena più intensa di sé stesso.”

La grande forza di questa ricerca è quella di riuscire a porre eventi e situazione ordinarie e straordinarie, storie comuni o tragedie umane sotto una stessa luce, raccontando attraverso un linguaggio autoriale le dinamiche umane trascendendo la nozione fotogiornalistica, portando quindi l’arte al servizio del giornalismo.

Tutto è nato da quando, adolescente, Majoli lavorava come assistente del fotografo matrimonialista, e suo mentore, Daniele Casadio. “Quando ero ragazzo, mentre fotografavo matrimoni, lavorando come assistente per il mio maestro Casadio, notavo che spesso durante lo scambio degli anelli, gli sposi, finché non sentivano il flash partire, si bloccavano, aspettando il momento per indossare gli anelli. Ricordando questi momenti ho capito che ho sempre fotografato il teatro”.

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