Nella finale del Festival condotto da Carlo Conti, tra favoriti radiofonici, ospiti inattesi e ritornelli senza tempo, lo spettacolo continua sospeso tra intrattenimento e abitudine collettiva.
«Vi faremo vedere i sorci verdi», titolavano questa mattina alcuni giornali commentando la pesante battuta d’arresto subita dal premier britannico Starmer, sconfitto nel collegio di Manchester, storica roccaforte laburista, dove ha pesato una frattura interna alla sinistra e una presa di posizione più netta sulla crisi di Gaza.
Il risultato elettorale arriva mentre lo scenario internazionale si infiamma ulteriormente: le portaerei statunitensi e i missili israeliani colpiscono l’Iran, ancora distante da un accordo di pace, e Teheran risponde con nuovi lanci contro Israele, che continua nel frattempo i bombardamenti sui territori palestinesi devastati dal conflitto.
A complicare ulteriormente il quadro globale si aggiungono i raid pakistani su Kabul, giustificati come risposta al presunto sostegno afghano ai gruppi talebani locali, mentre l’India — anch’essa potenza nucleare come Islamabad — osserva per ora una posizione attendista, alimentando l’incertezza di un equilibrio internazionale sempre più fragile.
Di sicuro questo Sanremo, tra autocelebrazioni, targhe commemorative e premi a carriere ormai leggendarie — come quella del novantenne Mogol, trasportato a Roma con un elicottero d’emergenza dei Vigili del Fuoco autorizzato dal Viminale «per attività istituzionali non direttamente connesse al soccorso», come recita la velina ministeriale — somiglia sempre più a un serial istituzionale orchestrato dagli sponsor per un Paese che continua ad avere un’irrefrenabile voglia di “cantare e ballare”.
In questo clima si inserisce la serata più attesa, quella delle cover, che ha offerto momenti di vivacità capaci almeno in parte di rompere la ritualità dello spettacolo. A distinguersi è stata anche la radiosa top model Bianca Balti, reduce dalle cure contro il cancro e potente immagine di resilienza di fronte alla malattia.
Tra le esibizioni più riuscite, quella di Ditonellapiaga in coppia con Tony Pitony, protagonisti di un numero energico e ben costruito in stile Broadway, con un accattivante arrangiamento di The Lady Is a Tramp, resa celebre da Ella Fitzgerald e arricchita da una breve incursione nel repertorio del Quartetto Cetra.Grande entusiasmo per Tredici Pietro, protagonista di una versione rappata di Vita di Lucio Dalla, brano originariamente lanciato dal cantautore bolognese insieme a Gianni Morandi, apparso a sorpresa sul palco dell’Ariston, visibilmente emozionato, accanto al figlio.
Buona risposta del pubblico anche per LDA e AKA 7even insieme a Tullio De Piscopo, in splendida forma nonostante gli ottant’anni appena compiuti, che alle percussioni hanno provato a scuotere la serata con Andamento lento, regalando uno dei momenti più vitali di una puntata altrimenti segnata da una certa prevedibilità.
Per l’ultima puntata di questa sera per buona pace della Pausini il Sanremo di Carlo Conti, sempre più abbronzato, si affida alla co-conduzione della brava Claudia Cardinaletti del Tg1 e di Nino Frassica. Tra i favoriti di dj e radio emergono Ditonellapiaga con Che fastidio, seguita da Tommaso Paradiso con I romantici e dalla coppia Marco Masini & Fedez con quest’ultimo finito più al centro della cronaca più per le polemiche sulla scorta che per meriti canori con Male necessario. Spazio anche a Sal Da Vinci con la popolarissima Per sempre sì, sostenuta da un ritornello implacabile sui luoghi comuni dell’amore e del matrimonio che, a cinquantadue anni dal referendum sul divorzio, come osserva Stefano Crippa su Il Manifesto, suscita più di un brivido.
Ma si sa: Sanremo è Sanremo, mentre la guerre est toujours la guerre. E se ormai ci siamo adattati a quel che resta del Festival — in calo di ascolti rispetto al 2025 — probabilmente ci abitueremo con la stessa assuefazione anche a un futuro sempre più incerto negli equilibri mondiali.
Tanto pe’ cantà.
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