Al Teatro Di Documenti una serata di introspezione e verità con un monologo scritto e interpretato da Priscilla Menin che indaga il tema della dipendenza affettiva.
Arianna, il labirinto nero adotta e articola simboli forti ed evocativi per costruire un percorso psichico verso la completezza e la rinascita interiore. In primis il Minotauro, ispirato alla relazione turbolenta tra Dora Maar e Picasso, dove lei utilizzava questo termine per definire lui. Il minotauro rappresenta la figura tossica, autoritaria e manipolativa, che instaura un rapporto di potere e ricatto emotivo che avvinghia e intrappola in un carcere oscuro senza fessure di libertà.

Nelle suggestive grotte del Teatro Di Documenti una sposa insanguinata cammina verso il fantoccio di un minotauro e guarda il proprio anello di fidanzamento con gioia. Una promessa di fedeltà che le costa cara e che questo monologo formula nella tripartizione e scissione della propria identità in Es, Io, e Super-io. Oracolo, Santa e Regina. La prima figura rappresenta la voce primordiale, il sapere istintivo, inconscio, emotivo, lungimirante nella sua irrazionalità, dunque profetico. La Santa è in bilico tra percezione mistica e fragilità umana, tra visionarietà e concretezza. La Regina è la figura razionale, forte, l’autorità che controlla e dichiara guerra al mondo in nome di sé stessa. In lei c’è traccia infatti anche di un ego smisurato quasi narcisistico che travalica il simbolismo del Super-io, mentre nell’Oracolo rintracciamo i segni dell’inconscio collettivo junghiano.
Unica artista in scena l’autrice Priscilla Menin. Membro della compagnia teatrale Teatro della Luce e dell’Ombra formata e diretta da Gennaro Duccilli, Priscilla ha introiettato nella sua arte la grande capacità del gruppo di immergersi nel tumulto tenebroso dell’emotività umana per mostrarne la bellezza e i luminosi risvolti. Determinazione, grazia, saggezza. Un’attrice completa che riesce a modulare ogni inclinazione dell’anima con una versatilità struggente. Un carisma il suo infatti che si accompagna a un’intensità capace di modellare le variegate sfumature della femminilità con una sensibilità e un magnetismo in cui risuona lo spessore e il fascino delle grandi dive, ma più in generale la forza e l’impeto delle donne, il tormento e la grandezza del femminile, fragile e combattivo allo stesso tempo.
La dipendenza affettiva non ha niente a che vedere infatti con la debolezza e remissività naturale, qualunque donna può cadere in questo baratro mortifero e spesso accade a quelle in cui si riscontra un’intelligenza emotiva o intellettuale maggiore, come sottolinea nei ringraziamenti la stessa Priscilla. Mettersi in discussione e identificarsi nell’altro a tal punto da ricercare con ogni sforzo la sua approvazione, il suo amore, eco di qualcosa di lontano e psichicamente rilevante, di un passato sommerso che continua a premere sulle scelte del presente. L’unico modo per uscire da questo circuito distruttivo è la consapevolezza, come sottolinea la psicologa criminologa Prof.ssa Susanna Petrassi invitata da Priscilla a introdurre lo spettacolo. Riconoscere il problema e affidarsi all’aiuto degli altri, possibilmente di uno specialista, è il passo fondamentale per uscire da qualsiasi dipendenza.
Una stanza piena di ricordi di un’infanzia lontana e vicina al contempo. Un filo che avvolge e ricongiunge, percorso iniziatico, ma anche nastro di una scena del crimine. Maschere in cartapesta, create dalla stessa attrice, di cui una ha una loggia in argilla che incornicia e mette in risalto una pietra di selenite scelta accuratamente per la simbologia del personaggio. Cambi di costume, oggetti di scena evocativi. Innocenza e aggressività, pudore e spregiudicatezza. Un viaggio dentro di sé. Arianna, il labirinto nero è emozione e disvelamento, smarrimento e ritorno. In più è anche metateatro, autoriflessione: nella locandina dello spettacolo sono citati dei professionisti che nella realtà sono solo frutto dell’immaginazione dell’autrice, come viene ammesso da lei stessa in scena attraverso la voce del suo personaggio alter ego.

Priscilla Menin identifica nell’idolo del minotauro il partner oscillante e narciso che schiavizza pretendendo un’adulazione che lentamente adegua al proprio tormento interiore quello di chi lo ama. Così la luce muore, non ci sono guarigioni, solo ferite. Un processo di adattamento al dolore dell’altro che consuma e inabissa. “Ella non cerca la salvezza, solo il punto in cui il disegno si è strappato”. La fessura da cui si è entrati in questo inferno è dispersa in un mondo di lacrime e oscurità. Una scrittura ermetica quella di Priscilla che procede per simboli ed enigmi, allegorie e meccanismi psicologici, tortuosi viali metafisici che si congiungono in un trionfante riconoscimento della propria individualità. Dalla frammentazione all’unità. Tre frammenti che si scoprono parte della stessa identità. Tra visioni, sogni e ricordi si risveglia un’autoconsapevolezza salvifica. Torna la luce. Torna quell’Amore che non distrugge ma dona.
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Arianna, il labirinto nero – Scritto, diretto e interpretato da Priscilla Menin – Introduzione Prof.ssa Susanna Petrassi psicologa, criminologa – Teatro Di Documenti 31 gennaio 2026





