Al Teatro Greco di Roma, “Vita del signor Moliere”: una biografia vista con gli occhi dell’autore russo, tra il difficile rapporto col potere e la dimensione personale
Scritto negli anni in cui Bulgakov lavorava già al Maestro e Margherita, Vita del signor Molière rappresenta una tappa più composta e obliqua della sua riflessione sull’artista e sul potere. Per 80 minuti senza intervallo, il testo di Maria Teresa Berardelli messo in scena dal regista Danilo Capezzani al Teatro Greco (3-8 febbraio) sceglie con decisione una strada precisa: abbandona il parallelismo narrativo con Bulgakov e concentra il racconto interamente sulla figura del drammaturgo francese. Bulgakov non è un personaggio, né un controcanto esplicito; ciò che resta di lui è lo sguardo, la lente attraverso cui Molière viene osservato.
Uno sguardo inevitabilmente politico e amaro: Molière appare come un artista “privilegiato”, capace — grazie alla protezione del Re Sole — di conservare almeno una porzione di sarcasmo e libertà. Un privilegio che a Bulgakov fu negato senza appello, schiacciato dalla censura staliniana. Questo non detto attraversa lo spettacolo come una tensione sotterranea, mai dichiarata ma sempre percepibile.
Il ritratto che emerge di Molière è profondamente personale e anti-agiografico. Alla dedizione assoluta per il teatro si intrecciano insicurezze laceranti, un bisogno costante di amore e riconoscimento che ne mina la stabilità emotiva. I rapporti con le due donne della sua vita sono raccontati come tormentati e disequilibrati, incapaci di offrire un vero approdo affettivo. Ne esce una figura sofferente, infelice, segnata da una salute fragile, in cui il genio non riscatta mai del tutto l’uomo. In questo senso è molto efficace l’interpretazione di Fausto Paravidino, che costruisce un Molière dalla chiara dimensione di uomo-bambino: emotivamente irrisolto, vulnerabile, spesso incapace di crescere davvero. Paravidino evita qualsiasi compiacimento istrionico e lavora invece su una fragilità nervosa, quasi infantile, che rende credibile la contraddizione continua tra successo pubblico e miseria interiore.
Un plauso va anche alla scenografia, capace di evidenziare con forza la metateatralità della vicenda. Le posture, volutamente manichee, e un uso dell’illuminazione che guarda al miglior cinema novecentesco — da Fellini a Kubrick — costruiscono quadri visivi di forte suggestione, mai decorativi. Le musiche, spesso immobili, talvolta ridotte al mantenimento ostinato di un solo accordo, risultano particolarmente funzionali: creano un contrasto costante tra ciò che Molière rappresenta in scena — la commedia — e l’ineluttabile richiamo al dramma, che incombe perenne sulla sua esistenza.
Ne risulta uno spettacolo coerente, rigoroso, che rinuncia alla facile sovrapposizione biografica per restituire un Molière umano, fragile e dolorosamente solo, osservato attraverso lo sguardo ferito di chi, come Bulgakov, quella libertà non l’ha mai avuta. “Non so se sono necessario al teatro sovietico, ma a me il teatro sovietico è necessario come l’aria.” Ecco chi era Bulgakov, e il fatto che quest’opera appaia sommessa, lontana da picchi sarcastici e sfuriate nervose, è conseguenza diretta di questo bisogno. Purtroppo per lui, la censura di Stalin si sarebbe rivelata così stretta da non permetterne nemmeno la pubblicazione, se non quindici anni dopo la morte dello stesso autore.
Qualche tempo fa, avevamo parlato su queste pagine di una versione aspra e controversa de Il Maestro e Margherita, scritto nello stesso periodo ma con un animo profondamente diverso: quello di un romanzo polifonico e visionario, che mescola satira, fantastico, teologia, grottesco, amore romantico. Caratterizzato da una struttura ingarbugliata, frammentata, con piani temporali e narrativi intrecciati, è un’opera totale, volutamente eccessiva, libera, in cui il potere sovietico è ridicolizzato, smascherato, annientato dal grottesco. Per contro, Vita del signor Moliere è un romanzo biografico (o pseudo-biografico), lineare, controllato, quasi classico nella forma; apparentemente “realistico”, privo di elementi fantastici, è un’opera disciplinata, trattenuta.
Qui il potere (Luigi XIV) è ambiguo ma funzionante. Molière vive dentro il sistema, protetto dal re; la censura esiste, ma è negoziabile. Bulgakov guarda Molière con ammirazione mista a invidia e non attacca frontalmente il potere: lo confronta amaramente con la propria condizione, molto peggiore. Peccato che il grande drammaturgo sovietico, nativo di Kiev e morto a Mosca a nemmeno cinquant’anni, non abbia mai potuto apprezzare in vita la fama delle sue opere, nè rendersi conto di quanto i suoi temi si sarebbero rivelati attuali anche (e di nuovo amaramente) oggi.
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Vita del Signor Moliere – Di Maria Teresa Berardelli – Liberamente ispirato al romanzo Vita del signor Molière di Michail Bulgakov – regia di Danilo Capezzani – con Fausto Paravidino e con Barbara Giordano, Paolo Faroni, Diego Giangrasso, Paolo Madonna, Aurora Spreafico – produzione Compagnia Mauri Sturno, Compagnia dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico – Teatro Greco di Roma dal 3 all’8 febbraio 2026





