All’Argot Studio Marco Sgrosso porta il suo “Basso Napoletano”, un viaggio tra teatro e musica in quei vicoli che la globalizzazione ha reso sempre più lontani
Secondo la definizione che si trova su internet, spulciando qua e là sui siti che ne parlano, il “basso napoletano” è un tipo particolare di abitazione, piccolo e posto a livello strada, una casa a cui si accede direttamente da fuori. Un simbolo partenopeo meno noto di molti altri, ma che in sé racchiude l’anima della città e di chi la vive, nei suoi vicoli carichi di storia popolare e delle vite che passano senza lasciare traccia di sé.

È proprio Basso Napoletano il titolo dello spettacolo di Marco Sgrosso andato in scena all’Argot Studio dal 9 al 12 aprile scorsi. Accanto a lui il contrabbasso di Felice Del Gaudio, in una jam-session rivolta a chiunque volesse scontrarsi con Napoli, il suo teatro e le sue vite.
Nel buio dell’Argot non c’è così bisogno di scenografia, sono la musica e le parole a fare tutto, aiutate dalle luci di Loredana Oddone, che con colori e saturazioni diverse illuminano e nascondono il palco e i suoi protagonisti. Ispirato ai e dai grandi della tradizione napoletana, da Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani a Totò e Roberto De Simone, da Ferdinando Russo e Angelo Manna sino a Enzo Moscato, quello di Sgrosso è un percorso che accompagna chi assiste lungo i vicoli di Napoli.
Il dialetto è quasi costante, ma con un po’ di attenzione anche chi non lo parla lo comprende, e quand’anche si perdesse qualche parola è l’azione scenica di Sgrosso a fare il resto.
Presenza quasi dell’aldilà all’inizio, diavoletto mascherato che risale ipoteticamente dal basso verso la città, poi donna, uomo, ragazzo, soldato, prostituta. Tutta quell’umanità che si può incontrare in quei vicoli. Come De Andrè faceva con Genova così Sgrosso prova a fare con Napoli, tratteggiandola a chi non la conosce e a chi l’ha conosciuta ma con la faccia da città di mondo, interculturale, quella che oggi tende ad accomunare un po’ tutte le città.
Tra la performance di Sgrosso e il contrabbasso di Del Gaudio non c’è mai un incontro forzato. La musica accompagna la recitazione, fa da sottofondo e se mancasse si sentirebbe, come se fosse proprio il contrabbasso a dare una marcia in più all’immaginario che si crea mentre le storie di Napoli ci vengono raccontate. Si sente la sintonia tra i due interpreti, si percepisce un legame di fondo che non diventa però necessario incontro fisico. Solo in un momento Sgrosso si avvicina al suo compagno di viaggio, e lo fa perché affiancandosi quel che racconta acquisisce un senso ulteriore.
Il contrabbasso è a suo modo scenografia, quell’elemento sonoro che dà a Napoli la sua forma specifica – non potrebbe farlo con molte altre città, forse giusto con Roma e i suoi stornelli. Un sodalizio umano e artistico che rende l’atmosfera dello spettacolo ancora più profondamente napoletana. Senza cedere il passo a facili retoriche o luoghi comuni, quelli di cui l’ironia social si riempie costantemente, Basso Napoletanoporta chi vi assiste in una dimensione partenopea che forse non si avrà modo di conoscere altrimenti.

La teatralizzazione del quotidiano, di un quotidiano che spesso non esiste neanche più, non svalorizza tutta la vita che Sgrosso porta in scena, ma le rende merito senza retorica. Nessuna ricerca di una verità più profonda, di un pensiero filosofico alto. Solo Napoli, la sua storia, le sue persone comuni ritagliate a partire dalle parole di chi ha potuto e voluto raccontarle al mondo.
Un viaggio là dove, forse, nella vita reale, non saremmo mai andati.
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Basso Napoletano – Elaborazione drammaturgica, mise en espace e voce Marco Sgrosso – contrabbasso Felice Del Gaudio – ideazione luci e direzione tecnica Loredana Oddone – produzione Le belle bandiere – con il sostegno di Regi – Argot Studio dal 9 al 12 aprile 2026





