Tossicodipendenza, malattia psichiatrica e biografia di una donna qualsiasi al Cometa Off, dove Cloris Brosca porta in scena una vita fragile, chiedendo solo ascolto.
Cos’è la follia? Dove inizia? Quand’è che una persona considerata “sana” comincia a precipitare in quella malattia mentale che la società aborra? Sono queste le domande che lascia Hostages, lo spettacolo di Antonio Prisco in scena al Cometa Off fino al 22 marzo.

È Cloris Brosca a portarci nella mente di una donna ricoverata in psichiatria. Una fuggitiva per modo di dire, rintanata in una stanza abbandonata, scappata senza poter scappare davvero.
Il palco è cosparso di scatole di medicinali, chissà come si sono accatastate lì, anno dopo anno, nell’incuranza di chi dovrebbe occuparsi di chi soffre.
Indosso ha un camice, il paradosso della paziente che si finge dottore, e da lontano vede qualcuno, forse un medico, al quale racconta la sua storia. Questo fa, questo vuole: essere ascoltata, essere una storia, non un numero o una cartella clinica. Tornare, per un momento, nel gruppo di quelli che hanno diritto di raccontarsi e di essere ascoltati.
L’accento romano, la dizione a volte impastata, un lungo flusso di coscienza che unisce passato e presente. Non c’è un filo diretto, una strada da seguire per ripercorrere dall’inizio ad oggi la storia di questa donna. Tutto è mischiato nelle sue parole, così come deve esserlo nel suo animo, dove le esperienze di una vita si sommano e si confondono. A metà tra la disperazione e la rassegnazione, in un punto in cui raccontarsi è l’unico modo per sentirsi ancora parte del mondo, questa donna tira fuori tutto quel che ha dentro. Come in una seduta di terapia ma sentendosi più libera, perché non sa chi la stia ascoltando Non c’è nessuno che può giudicarla, neanche quella presenza che in lontananza scorge ma a cui non sa attribuire un nome.
Cloris Brosca porta sul palco una fragilità che troppo spesso rimane nell’ombra, figlia di un’idea autoassolvente per cui “se finisci in certi giri la colpa è anche un po’ tua”. La sua è un’interpretazione impeccabile, lo strazio della sua protagonista è visibile nel corpo, è udibile nella voce. Non chiede pietà né assoluzione, non vuole giudici e non ne avrà. Quel che lo Hostages cerca di fare, riuscendoci, è accendere una luce su quella parte di mondo che i più fortunati non vedono, che resta ai margini delle strade e della cronaca.
La tossicodipendenza, la malattia mentale, la difficoltà di uscire da un tunnel che sembra infinito, sono questi i temi centrali di quella che potremmo definire “biografia di una delle tante”.
Nel suo racconto entrano anche i luoghi istituzionali, quegli ospedali e quei servizi che potevano essere d’aiuto ma non ci sono riusciti mai del tutto. Lo stesso ospedale in cui si trova ora, quello nel cui ventre si è rifugiata sperando così di scappare, vive di regole proprie e di sotterfugi che permettono maggior libertà e minore cura. D’altra parte se il mondo dei “sani” è così malleabile perché dover stare alle sue regole, sembra dire mentre si racconta.
Uomini, donne, nomi, situazioni, eventi. Tutto quel che ha toccato e distrutto la vita di questa protagonista ci scorre davanti agli occhi. Non abbiamo modo di chiederci cosa avremmo fatto, come ci saremmo salvati noi, così bravi da essere nel mondo dei “normali”. E che cosa sederemmo in platea a fare, se fossimo lì per giudicare e non per ascoltare?

Hostages diventa così l’occasione di un teatro di riflessione, che apre gli occhi su una parte di mondo che potremmo non conoscere ma che esiste, ci vive accanto. L’esercizio del teatro che si fa esercizio di democrazia, perché sono le scelte della cosa pubblica che possono incidere su queste vite. Dall’educazione al diritto al lavoro, sino alle strutture di cura e riabilitazione.
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Hostages – scritto e diretto da Antonio Prisco – con Cloris Brosca – Disegno Luci: Giovanna Venzi – Cometa Off dal 19 al 22 marzo 2026





