Quando la rilettura delle origini diventa un percorso di emancipazione dal peso dell’eredità affettiva
Su tutte le furie, atto unico tratto dalla silloge poetica Onora la figlia di Anna Segre (Interno Poesia, 2025). Di e con Giuditta Cambieri, regia di Giuditta Cambieri e associata Rosa Masciopinto. Musiche di Dmitrij Šostakovič. In scena al Teatro La Comunità di Roma.
La scena si articola attraverso una costellazione di elementi drammaturgici: un modellino di un’intimità dalla quale mantenere le distanze, una poltrona che sovverte le prospettive, un appendiabiti quale deposito di memorie, un filo cui sono sospesi tessuti significanti. Non semplici oggetti, ma presenze materiali che trattengono e restituiscono lacerti di una storia familiare. La casa, primo teatro delle relazioni e delle loro asimmetrie, si configura qui come uno spazio insieme domestico e perturbante, una sorta di scatola nera dalla quale affiorano, finalmente sottratti alla rimozione, i reperti di un’intimità sbrindellata.
Giuditta Cambieri ci appare familiare. Non per una prossimità tematica, ma per la postura con cui abita la scena: quella di un’amica che ci affida, con una confidenza quasi disarmante, il racconto della tragicità dell’essere figli, ancor più dell’essere figlie. Non c’è compiacimento nel dolore, né indugio patetico nella rappresentazione della vittima. Al contrario, una certa levità narrativa, talvolta attraversata da improvvise accensioni ironiche, rende ancora più incisiva la materia tragica. È una confidenza che disarma le difese dello spettatore e lo introduce in un territorio di riconoscimento, dove la singolarità biografica si apre a una più ampia fenomenologia degli affetti familiari.
La scrittura di Anna Segre si inscrive in una genealogia di affetti ambivalenti, omissioni e violenze. Il titolo della raccolta opera già una significativa torsione simbolica: riscrive al femminile uno dei comandamenti fondativi della tradizione giudaico-cristiana, restituendo centralità a una figura storicamente subordinata nell’ordine familiare e nella trasmissione del potere. Onorare la figlia significa riconoscerne l’alterità, emanciparla dalla funzione di prolungamento narcisistico dei genitori — «sarò me malgrado te, sarò quello che mi pare» — sottrarla alla destinazione di essere oggetto delle loro aspettative, delle loro frustrazioni, talvolta delle loro sopraffazioni.
Se nella scrittura di Segre il rapporto con la madre occupa uno spazio centrale, nella declinazione scenica di Cambieri assume particolare rilievo la potestà patrigna: una formula nella quale l’autorità paterna sembra perdere ogni residuo di protezione per manifestare la propria natura coercitiva. Il padre semina paura e acredine; la madre non riesce ad arginare, o forse non sa come farlo. Alla violenza primaria si aggiunge così quella del tradimento della fiducia: la figura deputata alla protezione si rivela incapace di esercitare la propria funzione di contenimento, lasciando la figlia esposta a una duplice sopraffazione, quella di chi agisce la violenza e quella di chi, potendo interromperla, non interviene.
Questa seconda vittimizzazione non rimane circoscritta all’esperienza traumatica, ma si radica negli strati più profondi della coscienza individuale, sedimentandosi nella percezione di sé e nelle modalità di abitare le relazioni. Sono depositi psichici tenaci, difficili da rimuovere, che finiscono per concorrere alla stessa costruzione dell’identità. È forse per questo che, solo a posteriori, quando la morte dei genitori sottrae definitivamente alla relazione la possibilità di un confronto, si rende necessaria una rilettura delle proprie radici: un ritorno al passato che non è nostalgia né semplice ricostruzione memoriale, ma un esercizio di consapevolezza compresente al presente, attraverso il quale interrogare ciò che siamo diventati alla luce di ciò che abbiamo vissuto.
Non è casuale, in questo senso, che nel racconto affiorino figure come Edipo, Abramo e Agamennone. La mitologia classica e la tradizione biblica costituiscono un repertorio archetipico nel quale la filiazione si consuma spesso sotto il segno della colpa, dell’obbedienza e del sacrificio. Edipo porta alle estreme conseguenze la frattura del legame paterno, Abramo incarna l’obbedienza che arriva a contemplare il sacrificio del figlio, Agamennone sacrifica Ifigenia sull’altare della guerra e della propria ambizione. Tre diverse declinazioni di un potere generativo che si arroga anche il diritto di disporre della vita dei propri discendenti. Evocarli significa sottrarre la vicenda privata alla dimensione del mero aneddoto autobiografico e ricondurla a una più antica, e tutt’altro che risolta, genealogia della violenza. Il mito, in questa prospettiva, non è un repertorio remoto: è la forma simbolica attraverso cui continuano a tramandarsi le nostre contraddizioni.
Cambieri non si limita a interpretare questo universo di parole: lo attraversa fisicamente, lo danza. La sua ricerca sul movimento e il dialogo con la tradizione del teatrodanza trovano una declinazione particolarmente efficace. La corporeità si fa scrittura parallela, talvolta eccedente rispetto alla parola. Cambieri governa con notevole precisione la propria fisicità, fino a conferire autonomia espressiva ai gesti più minuti: persino le dita sembrano animarsi di una propria partitura coreografica, come se il corpo intero partecipasse al tentativo di disincagliarsi da un’eredità tanto ingombrante. È una gestualità che oscilla tra contrazione e abbandono, tra il peso di ciò che è stato interiorizzato e l’urgenza di espellerlo. Il corpo sembra custodire una memoria somatica, una sedimentazione del trauma che precede e talvolta resiste alla sua verbalizzazione.
Anche i tessuti sospesi e gli oggetti disseminati nello spazio partecipano di questa grammatica scenica. Sono tracce di identità ricevute, ruoli assegnati, appartenenze che si depositano sui corpi e che, proprio per questo, possono essere dismesse. La scena diventa un luogo di disarticolazione e ricomposizione della storia familiare, nel quale la figlia può finalmente interrogare ciò che sopravvive alla morte dei genitori. Le musiche di Šostakovič, con le loro tensioni dissonanti, le improvvise torsioni e l’ambiguità tra grottesco e tragico, concorrono a questo panorama emotivo, senza risolverne le asperità.
«La prima violenza è nascere», dice Cambieri. Un’affermazione che decurta il discorso alla sola dimensione autobiografica e lo colloca in una prospettiva esistenziale e politica. Nascere significa essere immessi in una genealogia che ci precede, ricevere un nome, una collocazione, un sistema di relazioni e di gerarchie che non abbiamo scelto. Ma per le figlie questa eredità può assumere il peso specifico di una subordinazione inscritta nell’ordine patriarcale: un ordine che ha storicamente regolato la trasmissione del nome, dell’autorità e della parola, riservando alle donne una posizione spesso ancillare, quando non sacrificale.
Essere su tutte le furie assume allora un significato che eccede la semplice manifestazione dell’ira. La furia, nella sua accezione più antica, appartiene anche al territorio mitologico delle Erinni, divinità preposte alla persecuzione dei delitti di sangue e alla custodia di una giustizia che non ammette oblio. È interessante che proprio da questa tradizione provenga una figura femminile capace di incarnare la memoria della colpa e l’impossibilità di lasciarla impunita. La rabbia della figlia può essere letta, in questa prospettiva, come una forma di insubordinazione alla rimozione: non un’eccedenza emotiva da ricondurre all’ordine, ma la rivendicazione di una verità a lungo negata.
Il merito di Cambieri risiede anche nel non convertire questa presa di parola in un manifesto, lasciando che la consapevolezza si manifesti attraverso la fisicità, il ritmo, l’ironia e la vulnerabilità. La sua interpretazione tiene insieme registri dissonanti, facendo affiorare il comico proprio là dove il tragico sembra saturare ogni possibilità di leggerezza. Ne deriva una presenza scenica che non cerca la compostezza della denuncia, ma restituisce la natura contraddittoria, talvolta grottesca, dei legami familiari.
Al Teatro La Comunità, Su tutte le furie si configura così come un attraversamento della genealogia familiare e dei suoi non detti, ma soprattutto come un tentativo di sovvertirne l’ordine simbolico. Se la tradizione ha tramandato comandamenti, miti e narrazioni incentrati sulla potestà paterna, Onora la figlia ne propone una riscrittura necessaria: riconoscere la figlia non come destinataria di un’eredità da subire, ma come soggetto capace di giudicarla, rifiutarla e, infine, riscriverla.
Forse la liberazione comincia proprio in questo scarto: quando la figlia smette di abitare il racconto che altri hanno scritto per lei e si riappropria della facoltà di narrarsi. Non cancellando la propria genealogia, ma sottraendole il diritto di pronunciare l’ultima parola.
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Su tutte le furie – Testi di Anna Segre e Giuditta Cambieri; regia di Giuditta Cambieri e Rosa Masciopinto; con Giuditta Cambieri; musiche di Dmitrij Šostakovič; vocal coach Melania Giglio; luci Sabrina Fasanella; fonica Eli Nancy Natali; aiuto regia Maria Luisa de Vendictis – Teatro La Comunità dal 28 ottobre al 1 novembre 2026




