Cittadini che agivano per il bene “Comune”. Rivoluzionari uccisi dai detentori del potere. Colpi di mitraglia e cannone nelle strade parigine.
Del già concluso Fringe con la sua ampia programmazione catanese, abbiamo scelto di raccontarvi alcune storie. Dai boati di terrore ad un luogo psichiatrico “prigione”. Dalla poesia e il suo valore al caro affitti di una casa da abitare. Fino ad arrivare ad una donna-uomo dell’Ottocento che ad ogni costo voleva togliersi di dosso le imposizioni di un’etichetta sociale. Di questa rassegna, guidata da Renato Lombardo e Francesca Vitale, c’è però ancora un tema-racconto, l’ultimo, di cui occorre dire.
In queste righe si riferisce di una storia dalle tracce ottocentesche, proprio come la precedente. Dall’Ottocento al nostro tempo. Nel tempo presente un riflesso, come un eco che ci arriva addosso. Col tempo presente la pertinenza, il nesso. Terminano, così, i nostri scritti sul Festival alla sua quinta edizione, percorrendo virtualmente vie e strade parigine.
Allacciate le cinture, “il volo sta per partire”. Tenetevi pronti a decollare verso Parigi, la città dell’eleganza e dello splendore. Ma ci tocca disattendere sin da principio le vostre aspettative, perchè non è questa la versione di Parigi che ci deve interessare. Non è Parigi nel suo modello di romanticismo, ma è una Parigi in subbuglio e in fermento.
Non è Parigi dalle “fontane che zampillano”, ma quella dove ci sono “esecutori” che uccidono. Da una parte i mandanti e gli esecutori materiali di delitti, dall’altra cittadini e sudditi. Da una parte i governanti, dall’altra i governati.
Parigi era in subbuglio e in fermento. Ed era l’Ottocento. Precisamente il 1871. Non c’era niente di scintillante e appariscente, di idilliaco e sentimentale in una città che in quel momento era in totale tumulto e agitazione. E vi era ingiustizia, vi era emarginazione. Gli operai, i poveri, i mendicanti: tutti da cacciare, tutti da ammassare. O da ammazzare.
Ma prima di continuare, ci soffermiamo sui modi atipici della messinscena e della rappresentazione. Immaginate una sala in cui le poltrone rimangono vuote e oscurate. Questo accade quando il pubblico è seduto altrove. Quando viene fatto accomodare sul palco insieme all’attore.
Insieme all’attore su delle file distribuite in maniera circolare, come un cerchio da attraversare. Un cerchio di persone, uomini e donne, “cittadini” e “cittadine” che prendono parte a tenebrose e atroci vicende parigine.
Tenebrose e atroci vicende nella Francia di Pierre-Auguste Renoir, il pittore impressionista che dipingeva fuori e a cielo aperto, mentre le armi incidevano un solco. Dipingeva usando tinte e sfumature di speranza. Colori armonici e naturali, pigmenti lucenti e luminosi, nonostante i paesaggi attorno a lui fossero tetri e polverosi.
Questo del pubblico partecipe sul palcoscenico lo possiamo definire il più grande meccanismo di coinvolgimento dello spettatore, l’apice dell’adesione, sempre più ricorrente nella drammaturgia attuale ma, nonostante ciò, tutte le volte imprevedibile e inusuale. Se aggiungiamo l’impiego luministico di torce che ora illuminano, ora abbagliano. Di torce e fari alcuni fra le mani, altri poggiati a terra e in più direzioni.
L’impiego di una luce ora blu ora arancione: è tempo di resistenza, protesta e ribellione. La torcia abbaglia e contro i ribelli la mitraglia. L’impiego strategico di dettagli numerici e di lunghe pause, di espressioni liturgiche e di quelle prettamente cinematografiche, queste ultime per scandire il tempo e le parti del giorno. Il mattino e la notte. L’interno e l’esterno. Come se parlassimo in termini di inquadrature, che filmano e ritraggono, che catturano istanti di sgomento e orrore.
L’impiego scenografico di getti densi di fumo e del nastro adesivo. Righe e strisce, linee e piste disegnate proprio con del nastro applicato sul pavimento. Forse segnali e indicatori di strade non sicure, dove il sangue, oggi come allora, scorre come un fiume. Avvertimenti di un pericolo imminente, presagi di una condanna a morte.
O forse barriere. I limiti e i confini che i cittadini non potevano sorpassare se non volevano andare incontro alla fucilazione. Perchè i “bravi” cittadini dovevano piegarsi e obbedire, abbassare il capo con rassegnazione.
Perchè “violenza” era la parola d’ordine innanzi al “disordine”. La parola d’ordine per ristabilire l’ordine. La parola d’ordine verso la prosperità e il benessere. La parola d’ordine di chi esercitava il potere, il modo più brutale per condurre il cittadino a sottomettersi e obbedire, alle leggi soggiacere.
Il ricorso alla forza come irrinunciabile condizione. Del resto, ancora oggi, è così che sembra funzionare. La menzogna si serve delle armi per poter andare avanti. La verità, invece, per essere gridata al mondo necessita solamente dell’inchiostro, e a noi scriventi basta questo. Con la verità si annota e si racconta ogni cosa, perchè ciascuna cosa narrata rimanga nella memoria, indelebilmente scolpita.
Dall’impatto simbolico e visivo del nastro adesivo a quello sonoro contraddistinto da inni e brani francesi. E non solo. Dalla musica metallica e dal suono della chitarra elettrica, ora più nitido e mite, ora più rabbioso, battente e aggressivo. Un suono amplificato che a sua volta amplifica l’elemento descrittivo, drammaturgico e narrativo.
Dal 22 al 25 ottobre, nella Sala Verde di Zo Culture Contemporanee, si creava come un’atmosfera di sospensione, all’interno della quale cambiava il modo di ascoltare, la percezione dello spettatore, il modo di viversi la fruizione. Quest’ultimo non era più soltanto tale ma diventava quasi personaggio dentro la narrazione. Se nei tradizionali posti a sedere succede, infatti, di distogliere l’attenzione, in questo caso difficilmente poteva accadere. Niente era sviante e deconcentrante se lo spettatore era lì presente. Chiamato a ribattere e controbattere. A rispondere.
A rispondere all’incitamento dell’attore che non è soltanto uno, ma sono due. Due straordinari interpreti, Stefano Pietro Detassis e Andrea Bonfanti. ipnotici e rapenti nell’esposizione di quanto avveniva lungo le vie parigine. Nell’esposizione di un testo sapientemente scritto e coordinato da Maura Pettorruso. Un testo con il quale ci troviamo in Francia dentro il secolo diciannovesimo, il secolo di soprusi e autoritarismo, ricatti e feudalesimo. Dentro un frangente ben preciso: Parigi nell’era de “La Comune”. L’era di un massacro immane.
L’uno e l’altro attore se vanno in sincronia sanno anche bene quando e come discordare e dissonare. La sincronia di una narrazione lineare e la dissonanza di un accavallamento che crea rumore. I ribelli si relazionano così allo spettatore. Se uno dei due cammina nervosamente e a passo sostenuto, l’altro dice di ciò che non va taciuto. Se un attore corre, l’altro discorre. Se uno dei due spintona e spinge, l’altro ancora non tace, continua a raccontare. Continua anche se l’altro vi si sovrappone, nel tentativo finzionale di disturbare, di troncare l’eloquio, spezzare le parole.
Le parole che raccontano un massacro immane di centinaia di migliaia di persone. Ma che cos’era la Comune? Storicamente, la prima forma di autogestione, organizzata da chi provava tanta rabbia nei confronti del governo centrale. Era arrivato il momento di farsi valere: 72 giorni di diritti da reclamare. C’erano diritti per i quali lottare. Il diritto alla gratuità e laicità dell’istruzione. Il diritto ad un salario maggiore. Il diritto ad una vita migliore senza più miseria e condizioni disumane. Il diritto a non morire sotto i colpi dei proiettili o del cannone.
Perchè per lunghi sette giorni colpi di fucili su tutti quanti gli insorti. Giorni di scontri, di percosse coi manganelli, di rastrellamenti sui passanti. Un’ecatombe: uno spargimento di cadaveri senza fine. Le armi per “ammutolire” l’insurrezione.
I dissidenti in un bagno di sangue e i diritti pagati col sangue. Il diritto alla dignità, il diritto alla libertà. La libertà individuale e la libertà civile e comune del popolo contro l’oppressore. Libertà e uguaglianza: tutti i cittadini sono uguali senza distinzioni sociali. Libertà, uguaglianza e fraternità: tutti i cittadini sono uniti verso obiettivi comuni. Gli obiettivi di un’intera collettività.
Libertà, uguaglianza e fraternità: tre diritti imprescindibili e il diritto di parola per diffonderli. Il diritto di parola per difenderli. Il diritto di parola di chi scrive, di chi racconta. Di chi non si arrende alla sopraffazione e alla prepotenza. Il diritto di parola di chi lotta.
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La società dei ribelli – autrice: Maura Pettorruso – regia: Maura Pettorruso – interpreti: Andrea Bonfanti e Stefano Pietro Detassis – luci: Federica Rigon – musiche: Giacomo Maturi – costumi: Valentina Basiliana – produzione: PequodCompagnia – V edizione Fringe Catania Off International Festival 2026, ZO Centro Culture Contemporanee – Sala Verde (dal 22 al 25 ottobre 2026)




