Paolo Valerio dirige Alessandro Haber in un testo di Furio Bordon, tra malinconia, ironia e il peso inesorabile della vecchiaia
È in scena al Teatro Carignano di Torino, dal 27 ottobre all’8 novembre, Le ultime lune di Furio Bordon, con la regia di Paolo Valerio e che vede in scena Alessandro Haber, Silvia Siravo e Francesco Godina rispettivamente nei ruoli del padre, della madre e del figlio. Un testo che affronta il tema della vecchiaia e del progressivo scorrere dalla vita, restituendo allo spettatore una riflessione sul tempo che passa, sulla memoria e sul difficile rapporto tra generazioni. Una drammaturgia che, a distanza di anni dalla sua prima rappresentazione e dalla celebre interpretazione di Marcello Mastroianni, ritrova vitalità attraverso una messinscena sobria e misurata, capace di restituirne tutta la malinconia senza rinunciare a improvvise aperture ironiche. La regia di Paolo Valerio si dipana attraverso una direttrice di essenzialità, inscrivendo la vicenda in una scenografia classica, semplice e priva di particolari artifici. Viene ricreata la stanza in cui il padre, ormai anziano, trascorre gli ultimi momenti prima di trasferirsi definitivamente in una residenza per anziani. Sulle pareti campeggiano alcuni poster di Pluto e di Qui, Quo e Qua, dagli angoli ormai strappati, presenze apparentemente marginali ma tutt’altro che casuali. Sono immagini di un’infanzia lontana, che sembrano offrire al protagonista un appiglio rassicurante nei risvegli notturni e nelle prime ore del mattino, quando il pensiero torna inevitabilmente a ciò che è stato e a ciò che non potrà più essere. Il tempo che scorre, la vecchiaia che avanza inesorabile e l’assenza della moglie, morta ormai da anni ma ancora profondamente presente nella quotidianità dell’uomo, costituiscono il nucleo attorno al quale si sviluppa l’intera vicenda. La scena appare volutamente statica, quasi sospesa in un’attesa che sembra aver consumato ogni slancio.

È come se i personaggi, incapaci di accettare fino in fondo il tempo che passa, fossero rimasti ancorati a uno spazio in cui tutto conserva le tracce di una vita precedente. Il passato, ormai dissoltosi negli anni, sopravvive attraverso la memoria e gli oggetti, che finiscono per supplire alle assenze e riempire i vuoti lasciati da ciò che non c’è più. È il caso del giradischi, dal quale tornano a risuonare le note dell’amato Bach, presenza musicale che accompagna e rassicura il protagonista, restituendogli una dimensione felice. Gli oggetti diventano così custodi di una memoria che il tempo non è riuscito del tutto a consumare, ma che non può più essere rivissuta se non attraverso il ricordo. Anche il figlio sembra in qualche modo incapace di abbandonare definitivamente quel che resta di un tempo ormai trascorso. Eppure, diversamente dal padre, non riesce a sottrarsi alle incombenze del presente e alla necessità di compiere una scelta che segna un distacco ormai inevitabile. Il confronto tra i due si sviluppa così su una distanza che non è soltanto generazionale, ma soprattutto esistenziale: da una parte chi avverte con sempre maggiore consapevolezza la fine del proprio tempo, dall’altra chi, pur trovandosi ancora nella possibilità di guardare avanti, non riesce a liberarsi del peso di ciò che sta lasciando alle proprie spalle.
Alessandro Haber è magistrale nel tratteggiare il protagonista immerso nella sua stanchezza sognante. Il suo tono di voce, profondamente umano, restituisce alla figura del padre una dimensione di autentica fragilità, senza mai indulgere in una rappresentazione eccessivamente patetica della vecchiaia. L’ironia, che attraversa continuamente il personaggio, si intreccia a una malinconia profonda, lasciando emergere le contraddizioni di un uomo che continua a inseguire il tempo pur sapendo di esserne ormai inseguito. Haber tiene la scena con una sensibilità notevole, affidando molto alla voce, alle pause e a una gestualità assai misurata. La sua interpretazione non forza mai i passaggi più dolorosi, ma lascia che siano le parole e le piccole espressioni facciali a restituirne tutta la complessità. Gli elementi di ironia e malinconia sono già profondamente inscritti nella scrittura di Bordon, ma trovano in questa interpretazione una restituzione particolarmente delicata. Anche Silvia Siravo e Francesco Godina contribuiscono a costruire un equilibrio scenico nel quale i tre interpreti agiscono senza sovrapporsi, mantenendo una recitazione sobria e misurata, coerente con l’impostazione registica.
Ne deriva una messinscena che non cerca effetti particolari né soluzioni spettacolari, ma affida alla forza del testo e alla sensibilità degli interpreti il compito di accompagnare lo spettatore dentro una condizione umana tanto individuale quanto universale. Le ultime lune si configura così come una riflessione sul tempo e sulla sua inesorabile fugacità, ma anche sulla difficoltà di accettare che la vita, a un certo punto, smetta di offrire possibilità e si trasformi progressivamente in memoria. La commozione non prende mai il sopravvento sull’ironia, così come la malinconia non annulla del tutto la leggerezza. Sono proprio questi contrasti a rendere il testo ancora vivo e capace di parlare al presente.

La delicatezza con cui Haber restituisce il suo personaggio, insieme alla sensibilità degli altri interpreti, adagia sullo spettatore un velo di malinconia, qua e là attraversato da una fresca ironia. Una malinconia che permane anche quando cala il sipario, lasciando affiorare una riflessione sul tempo che non possiamo fermare e su tutto ciò che, pur scomparendo, continua ostinatamente ad accompagnarci.
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Le ultime lune – di Furio Bordon – regia di Paolo Valerio – con Alessandro Haber, Francesco Godina e Silvia Siravo – aiuto regia Giulia Bonghi – luci Gigi Saccomandi – scene e costumi Francesca Tunno – collaborazione ai costumi Sara Favero – musiche Umberto Iervolino, Federica Luna Vincenti – produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Goldenart Production – Teatro Carignano, Torino dal 27 ottobre all’ 8 novembre 2026




