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I convitati di pietra: quando la morte diventa una ragione per vivere

Vincitore del Premio Strega e dello Strega Giovani 2026, I Convitati di pietra intreccia ironia nera e riflessione sociale in una storia tanto grottesca quanto profondamente umana.

Scrivere un romanzo tragicomico, piacevole nella lettura ma anche ricco di spunti profondi sulle relazioni nella nostra società, in grado di riscuotere successo sia tra gli adulti che i ragazzi, già di per sé appare come un’ impresa ardua, riuscire poi con il suddetto romanzo a convincere anche la critica potrebbe essere quasi un’utopia. Eppure c’è qualcuno che c’è riuscito, per informazioni più precise chiedere Michele Mari, autore de I convitati di pietra, con cui ha vinto sia il Premio Strega che il Premio Strega giovani nel 2026.

 I convitati di pietra è un romanzo che difficilmente non coinvolge chi lo legge, sarà per una trama di fondo semplice e alla portata di tutti o per il modo irriverente e riflessivo con cui Mari la sviluppa. Tutto inizia nell’estate del 1975 a Milano, dove, un gruppo di ragazzi appena maturatisi al Liceo Berchet decide, per gioco, di iniziare una specie di scommessa di gruppo sulle loro vite: ogni anno ciascuno di loro verserà una cifra in un conto comune che verrà in seguito spartita tra i tre superstiti della classe quando tutti gli altri saranno defunti. L’andamento della “riffa” (così viene definita dai protagonisti) è scandito dalle immancabili cene di classe che si svolgono regolarmente il 22 luglio (anniversario della maturità) di ogni anno. Se per i primi decenni le cene sono solo un modo per tenere vivi i rapporti e per ricordare i tempi spensierati trascorsi tra i banchi, con il passare del tempo diventano un’occasione per cercare con perfida smania i segni della vecchiaia (o ancor meglio di qualche malattia) nei volti dei compagni. 

Mari infatti mostra magistralmente come la riffa con il trascorrere degli anni non sia più un semplice gioco ma una vera e propria ossessione per i membri della ex III A; e forse non è solo il desiderio di impossessarsi di un montepremi ormai favoloso a dettare questa smania ma la necessità di rimanere attaccati alla vita per più tempo degli altri. È così che questo macabro gioco a premi diviene ragione di vita per molti componenti della classe: per alcuni vivere con continue elucubrazioni sulle possibili dipartite dei compagni è un tormento troppo pesante da sopportare, tanto che decidono di tirarsi fuori dal gioco accettando una misera buonuscita. Per altri, invece, i semplici pensieri di vittoria non sono sufficienti, tanto che decidono di passare all’atto pratico cimentandosi in grotteschi riti voodoo, ricattando i compagni costringendoli al suicidio o addirittura assumendo dei sicari per accelerare la morte degli ormai rivali.

 La dimostrazione dell’importanza quasi marginale che il fattore montepremi assume, soprattutto con il passare del tempo, risulta evidente a competizione ormai terminata, quando due su tre superstiti (malgrado i novant’anni) votano per proseguire ad oltranza fino ad avere un vincitore unico. Forse la motivazione di questa scelta risiede proprio nel significato che “la riffa” ha assunto per i protagonisti nel corso dei decenni; dichiarare concluso il gioco vorrebbe dire perdere quel senso di vita che li aveva portati a raggiungere quel traguardo con tanto ardore, abbandonarsi inesorabilmente ad una morte evidentemente prossima. Grazie al prosieguo inaspettato della scommessa invece, i tre trovano un motivo per continuare a essere legati alla vita, per sentirsi parte di qualcosa, al punto di decidere di trasferirsi tutti nella stessa casa per diventare una piccola famiglia non convenzionale ma legata da ormai sincero affetto. Sta proprio in questo il fascino di questa storia nonché la bravura di Mari che riesce, con un romanzo che sembra collocarsi a metà tra Compagni di scuola e Squid game, ad alternare crude descrizioni della spietatezza umana a struggenti rappresentazioni delle fragilità del nostro animo, sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa per cui rimanere in vita.

Non resta dunque che invitare, chi non lo abbia ancora fatto, a leggere I convitati di pietra per scoprire chi ha vinto la “riffa” e perché no, per farsi trasportare da questo macabro gioco in un’analisi dal ritmo martellante che va a comporre un complesso quanto encomiabile quadro sociologico dei nostri tempi.

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