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Il colore “Rosso”: l’indice puntato addosso

Giovanni Verga: storie da una cava. Là, dove sputano sentenze su una capigliatura.

La rassegna ha inizio. Anche qui una nuova stagione è in apertura. Qui al Teatro Abc, dove per poco più di un’ora, facciamo ingresso nei sotterranei di una cava. Di una cava che quasi sembra vera. A Salvo Manciagli i nostri elogi per la scena: la ricostruzione minuziosa e su misura di una cava in miniatura. Ed una tenda che separa, allorchè un piccolo lato della scena diventa una dimora.

Enrico Guarneri

Un ambiente al quadrato poco illuminato. Dal 17 ottobre al 1 novembre un ambiente fra le ombre. Fra le ombre una cava, nella penombra una casa. Se per quest’ultima bastano un tavolo, due sedie e un giaciglio, è per la cavernosa miniera che si coglie il minimo dettaglio. Il minimo dettaglio di sacchi e bisacce, anfore e brocche. Travi e puntelli, martelli e corde. Cesti e sgabelli, in vimini e in legno. Lanterne, arnesi e strumenti.

Un marcato dettaglio che si ravvisa anche negli indumenti. Gilet, calzari e pantaloni in presumibile fustagno: ai quali si aggiunge una canottiera sgualcita, con strappi e lacerazioni in risalto. Sono queste le vesti di ogni lavorante. Sono queste le vesti di ogni attore recitante. Nove presenze di cui due protagoniste. Abili a “donarsi” al proprio ruolo e abili a “fare dono” di un testo letterario adattato fedelmente.

Perciò in sintonia con gli encomi precedenti, gli stessi li rivolgiamo ai registi: Guglielmo Ferro alla regia centrale e Giampaolo Romania nella funzione di personaggio e collaboratore. A Ruggero Rizzuti, il personaggio principale, una scoperta teatrale di indiscutibile valore. E a Enrico Guarneri, incontestabile maestro della recitazione. Quella scherzosa e leggera, quella rigorosa e austera. In lingua italiana o dialettale. Artista che diverte in certe circostanze. Artista che porta a riflettere in certe altre sembianze.

E di pensieri e riflessioni se ne originano a dismisura da quella cava in miniatura. Da quel luogo di affanni e di malanni, di abuso e di fatica, di miseria e di insidia. Dove il pane raffermo è l’unica provvista, il pane indurito è l’unico guadagno di chi, sanguinando, se l’è sudato, nella stessa cava che lo ha seppellito.

La cava in miniatura, tra strettoie e gallerie, luogo di sepoltura. Chi lavora a cottimo, chi scompare in un attimo. Di denari poco e niente, chi ci rimette le penne. Chi sgobba inutilmente in quella cava in miniatura. In quel luogo di verghiana memoria. E verghiana è la storia. La storia di una fossa buia: la cupa cava della celebre novella ultracentenaria. La celebre novella ottocentesca ambientata a Nord di Catania.

Ambientata a Nord di Catania è la storia di un ragazzino sulla difensiva. Sulla difensiva dentro e fuori la cava. Sulla difensiva dal chiacchiericcio che feriva. Più della stessa inedia, più della penuria. Accusato e insultato, calpestato e offeso, su di lui il peso di una infondata cattiva fama. Su di lui il peso della sua capigliatura. Nella cava che divora. Nella cava traditrice e menzognera.

Capelli color rosso, squadrato da capo a piedi, taciturno e introverso, il ragazzo è un mostro. Il ragazzo ha una colpa: ha una natura considerata storta. Il ragazzo ha una chioma rossa, il bersaglio della prepotenza. E da questa si difende. Con le unghie e con i denti, contro chi ne dice di ogni.

“Tenetelo lontano” quell’essere orrendo e anormale. I suoi occhi sono grigi, questo è il segnale di cattivi presagi. Ma se c’è un segnale ed è di una malattia: questa si chiama diceria. E si chiama ubbia, credenza popolare quella che pesa su un ragazzo adultizzato e gran lavoratore, che Rosso Malpelo fa di nome.

“Mal” un prefisso: Malpelo malvisto. “Mal” un marchio. La maligna calunnia dei carogna. L’appiccicosa e vischiosa stampigliatura assegnata dai minatori per la sua capigliatura. “Mal” un prefisso, una maldicenza: la diffamazione. Nella cava un’affamata coalizione. La fame per il pane. La sete e la brama nella derisione. La cupidigia da malalingua. L’ingordigia della denigrazione.

La diffamante e avvelenata denigrazione ad un ragazzino schivo, un ragazzino di un padrone e di una schiera schiavo. Dentro la cava solitario, preso a cuore da un uomo solo. A Rosso inghiottito da un traforo durante uno scavo. A Rosso che un giorno non fa più ritorno. Rosso come il padre morto.

Enrico Guarneri, Ruggero Rizzuti

Rosso fra polvere e fango. Rosso in mezzo al branco. Rosso un fantasma, il “vagante” laggiù disperso. Rosso colore infausto, Rosso colore avverso. Rosso, laggiù fra le pozzanghere di zolfo. Laggiù dove del pettegolezzo se ne sente il tanfo. Il tanfo di chi parla troppo, di chi non mette in atto l’intelligente legge del silenzio.

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Rosso Malpelo – di: Giovanni Verga – regia: Guglielmo Ferro – regista collaboratore: Giampaolo Romania – con: Enrico Guarneri e Ruggero Rizzuti – e con: Rosario Marco Amato, Mario Opinato, Plinio Milazzo, Giampaolo Romania, Maria Rita Sgarlato, Giovanni Fontanarosa, Flora Rossitto – scene: Salvo Manciagli – costumi: Sartoria Pipi Palermo – direttore di scena: Salvo Patania – sarta: Isabella Sturniolo – stagione 2026-2027, Teatro Abc di Catania (dal 17 ottobre al 1 novembre)

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