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Una ripida discesa verso la notte

Al Teatro di Documenti Rosario Tronnolone ha portato in scena il dramma di Eugene O’Neill, il dramma di una famiglia che scivola senza tregua

Dovrebbe essere il grande rifugio di ognuno di noi, eppure a volte la famiglia è dolore, preoccupazione e incomunicabilità. Per quanto sia la nostra aggregazione sociale primaria, sia alla nascita che nel momento in cui ce ne creiamo una nostra, è sempre un insieme ristretto di persone diverse, ognuna a suo modo fragile, incompleta, a volte sofferente. Lo doveva sapere bene Eugene O’Neill quando ha scritto il suo Lungo viaggio di un giorno verso la notte, che la regia di Rosario Tronnolone ha portato sul palco del Teatro di Documenti dal 13 al 18 ottobre. Il salotto di una famiglia statunitense d’inizio ventesimo secolo è così il centro di un microcosmo in burrasca, dove malattia, delusione e dipendenze si fondono e confondono. 

Marco Bellizi è il capofamiglia, James, un attore rovinato dal suo ruolo più celebre. La fama gli ha tolto molto più di quanto gli abbia dato, dando lo slancio a una tendenza all’avarizia che lo definisce agli occhi della comunità. Dalla sua interpretazione capiamo subito che questo James non era nato col carattere che ci mostra in scena. Se l’avessimo conosciuto prima, giovane, con meno dolore addosso, avremmo visto altro. Ma adesso il tempo è passato, la vita lo ha incattivito, è rude e sembra che sia una necessità, un modo per salvarsi. Vive accanto alla moglie Mary Ellen, dipendente dalla morfina e portatrice del più terribile dei dolori, la morte di un figlio. Evelina Nazzari ce la mostra in tutta la sua fragilità, nelle parole e nei gesti di chi vive a cavallo tra la realtà e la propria immaginazione.

Mary Ellen nasconde – o tenta di nascondere – alla famiglia la dipendenza, cerca di ignorare i sintomi della tisi del figlio minore Edmund (Luca Manneschi) e rincorre un equilibrio che la famiglia ha irrimediabilmente perso. Ogni tentativo è inutile, lo sentiamo fin dalle prime battute. Più Mary Ellen dice a sé stessa che il figlio ha solo un raffreddore più Manneschi ci mostra un Edmund malato. Forse l’unico in famiglia a non dover lottare contro la sua psiche e per questo costretto a combattere contro un corpo che non lo ascolta. In attesa di una diagnosi definitiva, ma che in cuor suo conosce, prova a salvare la madre dall’autodistruzione. 

A completare il quadro Jamie (Edoardo Trentini) figlio maggiore che per l’età che ha dovrebbe ormai essere fuori casa, e che invece beve, beve e beve fino a stordirsi e riempirsi di rabbia. Le due dipendenze di famiglia si scontrano; Mary Ellen si isola, dorme, si stordisce sino a non sentire più niente. Jamie si ubriaca e torna a casa ricolmo di rabbia, urla e cede alla violenza.

Il Lungo viaggio di un giorno verso la notte che dà il titolo all’opera non è che il racconto di una giornata normale in questa famiglia dissestata. Dalla colazione alla notte fonda, attraverso l’aggravarsi delle sofferenze psichiche e fisiche dei suoi componenti. Un doloroso camminare accanto all’autodistruzione e alle cattive notizie. In questo è forse il personaggio di Evelina Nazzari ad avere il ruolo più potente, sottolineato dalla fissazione per le condizioni dei propri capelli. «Sono in disordine?», chiede continuamente, quasi che dalla crocchia rigidamente salda sul capo dipendesse la salubrità del suo pensiero. Chissà, deve essere che i capelli raccolti stretti al punto da far male sono tutto ciò che tiene insieme la sua psiche. Gli uomini di casa non ne hanno, di questi immaginari freni, e anche se li avessero li ignorerebbero. Lo fa Jamie col suo alcol, che prende il sopravvento e parla per lui, tramutando la tenerezza per il fratello ammalato in rabbia, dando a Trentini la possibilità di mostrare sul palco il personaggio più sfaccettato dello spettacolo, a livello fisico ed emotivo. 

La giornata di questa famiglia sull’orlo della distruzione si svolge dentro e fuori casa, lasciandoci spettatori solo di quanto accade nel salotto, centro dell’intimità casalinga. Altrove c’è la città dove Mary Ellen si rifornisce di morfina ed Edmund riceve la sua diagnosi, ma sono luoghi che conosciamo solo per sentito dire. Fuori, probabilmente, ci sono i comportamenti di facciata di chi riceve una notizia o inventa una scusa in farmacia. Fuori, sotto gli occhi di tutti tranne che i propri, ci sono le dicerie di paese portate dal vento. È dentro casa che il male si muove, si insinua nelle crepe dei rapporti domestici. È dentro casa che Mary Ellen si droga, che Jamie dà sfogo alla rabbia liberata dal bere, che James permette alla frustrazione del fallimento di liberarsi.Dentro, dobbiamo stare dentro per capire cosa sia il dolore. Fuori ci sono troppe maschere.

Quella di Tronnolone è una regia di altri tempi, da far innamorare gli amanti di un teatro classico, fatto per portare in vita sul palco vicende quotidiane che però non sono esattamente le nostre. Niente esagerazioni, niente scelte avanguardistiche fatte allo scopo stupire lo spettatore. Che bisogno c’è? Il testo parla, lo si è ascoltato e poi portato in scena, mostrato perché raccontava qualcosa di importante. È tutto lì, e per questo tutto siamo a teatro.  La famiglia di James e Mary Ellen vive tutto insieme dolori terribili – il lutto, la dipendenza, la malattia-, ma dentro questo calderone chiunque ritrova un poco della sua sofferenza, ne rilegge con altro sguardo il senso umano. La tragedia della vita, dunque, nel vero senso della parola. 

Di questa famiglia seguiamo una giornata sola. Una delle più terribili, probabilmente, quella in cui le paure si fanno realtà e i fantasmi diventano corporei, non può invisibili o ignorabili. Scende la notte, ma quel viaggio non c’è apparso poi lungo davvero. O’Neil col titolo ci ha illusi; dal giorno alla notte il viaggio è brevissimo. Dura il tempo dello sguardo sconsolato di un medico, del farmacista che vende la morfina, del bicchiere in più che tramuta Jamie da sobrio a ubriaco.

È quello dalla notte al giorno il viaggio più lungo, quello per risalire dal buio.Ma non ci è dato vederlo, non ora, non qui. Li lasciamo nella notte, portandoci dietro un po’ del loro dolore.

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Lungo viaggio di un giorno verso la notte di Eugene O’Neill – Regia di Rosario Tronnolone  con Evelina Nazzari, Marco Bellizi, Luca Manneschi, Edoardo Trentini Luci di Paolo Orlandelli – Teatro di Documenti dal 13 al 18 ottobre 2026

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