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L’eco dei campi e il battito di Roma

La memoria storica negata e salvata de “Liberato”

Una scena ingombra di stracci e cianfrusaglie, una bicicletta, una fisarmonica e poi lui, il personaggio che si appresta a intrattenere per oltre un’ora i presenti con il racconto della sua avventura umana. Porta addosso un nome ingombrante come un presagio di diversità, che lo scorterà negli anni giovanili: Rigoletto, omaggio alla passione paterna per la lirica.

Siamo negli anni ruggenti e cupi dell’Italia fascista, tra le zolle riarse e i fossati della Romagna: è qui che la vita di Rigoletto comincia come un errore di spartito. Figlio di un mezzadro, la cui unica grammatica è il sudore e il canto stonato nei campi, il sedicenne porta nel corpo il peso insostenibile di un sussurro paesano, una condanna sottile e vigliacca alla sua presunta, imperfetta mascolinità.

Fuggire non è un atto di coraggio, ma una necessità biologica: salire su una tradotta militare significa recidere il cordone ombelicale con la miseria e l’ignominia, lasciandosi alle spalle un paese che sa solo giudicare. Va da sé che la scelta di lasciare tutto e cercare nuovi orizzonti è affidata al caso, perché nella formazione primitiva di Rigoletto non ci sono parole, né rudimenti di geografia che possono sostenerla o indirizzarla.

Roma lo accoglie come una madre distratta e crudele, un labirinto di asfalto e polvere, senza un soldo né un giaciglio. Ma il destino, nei suoi meandri più umani, sa vestirsi di azzurro: un angelo improvviso gli porge un biglietto e una banconota da dieci lire, tracciando una rotta verso il colle di Monti di Creta. È lì che la solitudine si spezza nell’incontro con Davide, un alter ego speculare, un compagno di sfortuna afflitto dalla stessa infermità della tigna. Sulla sella di una bicicletta sgangherata da straccivendolo, i due ragazzi non cercano soltanto una cura medica: pedalano inconsapevolmente verso la scoperta di un mondo nuovo, vasto e brulicante.

Per lo smarrito Rigoletto la grande città si manifesta, piuttosto che con la sua monumentalità, con le interazioni insolenti e canzonatorie dei passanti, con l’industriosità stracciona dei fornaciari della Valle dell’Inferno, dell’incongruenza del faro senza mare del Gianicolo. Poi la Storia -quella con la maiuscola, ma priva di riguardo per gli umani- irrompe come uno schiaffo nella vita nuova dei due giovani: le leggi razziali infiltrano l’allegria da naufraghi della coppia, imponendo loro prudenze e insicurezze prima sconosciute, fino al noto precipizio che conduce alla stagione dei rastrellamenti e delle deportazioni. Per lo sperduto Rigoletto, con la frugalità estrema delle sue risorse culturali, l’elaborazione di quello che va accadendo produce solo una cosa: un’altra fuga, questa volta forsennata, sulla biciletta, a inseguire la circolarità della sua esistenza, il ritorno al paese, laddove lo raggiunge il vociare popolare e festoso dell’arrivo liberatorio degli Americani. È il momento in cui Rigoletto può finalmente planare su un nuovo territorio dell’essere: non più un nome sconclusionato, non più una macchia, ma un uomo finalmente Liberato.

Lo spettacolo, scritto con penna affilata e vibrante da Gianni Clementi e restituito al pubblico dall’interpretazione toccante e magistrale di Camillo Grassi, affonda le mani nella carne viva di una semplice comunità rurale, prima, e di una Roma popolare e marginale poi, ricordandoci che le ferite della storia non sono mai soltanto date segnate sui libri, ma cicatrici aperte, impresse nella carne dei singoli. Un appuntamento teatrale di rara intensità e delicata malinconia, da non perdere.

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Liberato di Gianni Clementi – Con Camillo Grassi – Una produzione TÊTEFOLLE –Teatro Cometa Off dal 20 al 25 ottobre

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