A scena aperta tra le pietre romane, la storica compagnia Figli d’Arte Cuticchio firma uno spettacolo emozionante
Quando ci si accomoda nella Sala Ottagonale della Domus Aurea, sotto le volte dell’antica dimora neroniana, l’atmosfera ha già un peso specifico notevole. Il pubblico arrivato per il festival Moisai 2026 vi entra dopo aver attraversato le rovine romane insieme a una guida esperta, che illustra sia la figura di Nerone – e la domus che volle costruirsi – , sia le muse presenti all’interno della Domus, muse che rappresentano il trait d’union che le unisce alla scelta artistica degli spettacoli presenti in rassegna. Per questa serata del 17 ottobre 2026, la musa simbolo è Erato, e meglio non poteva essere scelta, colei che «…tende il filo del desiderio là dove l’amore accende i cavalieri, li svia, li spinge oltre il confine conosciuto del mondo. Nell’universo furioso di Ariosto, incanti, duelli, passioni e follia si fanno materia ardente di canto. La musa amorosa accompagna Astolfo fino alla luna, dove anche il senno perduto rivela la vertigine luminosa dell’immaginazione».

La vera magia scatta là dove, sul palco allestito in sala, la pietra antica incontra il legno, i metalli e i fili dell’Opera dei Pupi siciliani. L’occasione è la messa in scena de L’Orlando Furioso. Il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna, spettacolo con la regia e l’adattamento di Mimmo Cuticchio tratto dall’opera di Ludovico Aristo e portato sul palco dalla compagnia Figli d’Arte Cuticchio.
Osservare la prima fila centrale prima che si spengano le luci vale quasi quanto la visione della pièce. Lì sfilano le sedie occupate interamente dai bambini. Hanno gli occhi sgranati, fremono di curiosità ed emozione, continuano a girarsi verso i genitori sommergendoli di domande per capire cosa stia per succedere. Quando le figure scultoree dei pupi compaiono in scena, bellissime nella loro antica fattura artigianale, lo stupore di quei piccoli spettatori diventa fisico.
A dare sostanza al racconto è il celebre episodio del poema ariostesco. La perdita del senno del paladino Orlando, impazzito d’amore dopo la scoperta del legame tra Angelica e Medoro, spinge il cugino Astolfo a un’impresa epica. In groppa all’ Ippogrifo – il cavallo alato -, Astolfo vola fino alla Luna per recuperare la ragione perduta dell’eroe, muovendosi in un intreccio di duelli, incanti, mostri e passioni.
Ma ciò che rende questa produzione straordinaria è la scelta stilistica della manovra a vista. Dimenticate il vecchio boccascena chiuso che nasconde il meccanismo: qui i tre manovratori – Giacomo Cuticchio, Tania Giordano e Giuseppe Graffeo – lavorano a scena aperta, in tutti e nove i quadri, con i fondali rigorosamente dipinti a mano e srotolati dinanzi ad un pubblico attentissimo. I pupari mostrano i propri corpi, lo sforzo fisico, i gesti coordinati e la quasi rituale gestualità della danza che guida le marionette. Vedere la fatica dell’artigiano fusa con il movimento del pupo regala uno strato di verità teatrale raro.
Sul piano vocale, Giacomo Cuticchio compie un lavoro prodigioso. Interpretando la voce narrante, passa da un personaggio all’altro cambiando registro con estrema naturalezza: dai toni virili dei guerrieri alla voce femminile di Angelica, oppure quella di Bradamante, fino alla parlata profonda del pastore che aiuta Astolfo. La narrazione scivola continuamente dall’italiano al dialetto siculo, usato soprattutto per le battute goliardiche che strappano risate spontanee a tutta la sala.
Anche il quadro sonoro è un pezzo di storia vissuta. Niente basi digitali: le musiche tradizionali sono affidate a un piano a cilindro meccanico. Il suono prodotto dal cilindro intagliato e dalla cassa armonica regala una grana acustica inconfondibile, che a Roma riporta alla memoria il teatro di figura del Gianicolo.

Vedere la reazione dei bambini di fronte a questa macchina teatrale è la conferma che certi linguaggi d’altri tempi non hanno perso un grammo della loro forza. Lo stupore dei loro sguardi riempie la sala, e quando il silenzio attento viene rotto dalle risate e da un lungo applauso finale, si capisce la portata del lavoro dei Cuticchio. Nata a Palermo nel 1977 attorno all’esperienza del teatro di via Bara all’Olivella, la compagnia — riconosciuta dall’UNESCO — continua a tramandare nella sua scuola l’arte di pupari e cuntisti. Un mestiere antico che, tra le luci di Marcello D’Agostino e l’organizzazione di Elisa Puleo, sa incantare qualsiasi pubblico.
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Moisai 2026. Voci contemporanee in Domus Aurea – Rassegna di arti performativa, Roma – Domus Aurea dall’ 2 al 18 ottobre 2026





