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Un nuovo edonismo. Dorian Gray tra bellezza, apparenza e ossessione

Al Teatro del Giglio Giacomo Puccini la prima nazionale dell’adattamento del testo di Wilde, una riflessione sui nostri tempi a partire dal classico della letteratura gotica ottocentesca.

Curare l’anima coi sensi e i sensi con l’anima. Questo il pericoloso motto con cui Oscar Wilde definiva la condotta filosofica di Dorian Gray e le aspirazioni della classe benestante della Londra di fine Ottocento, e che oggi pare più attuale che mai.

L’adattamento del celebre romanzo di Oscar Wilde a opera di Giancarlo Nicoletti (drammaturgo e regista dello spettacolo) si dispiega in un mondo senza tempo, dove situazioni, desideri e mentalità della realtà borghese vittoriana si confondono al decadimento morale della società contemporanea, sovrapponendosi e compenetrandosi fino alla totale fusione.

Quella stessa contaminazione, fluidità, desiderio di sottrarsi a ogni esatta definizione, ma anche instabilità si rispecchia nella miriade di personaggi secondari interpretati da un esiguo gruppo di attori, che scivolano abilmente da un ruolo a un altro, da un’identità all’altra, oscillando tra la condizione di personaggi, testimoni e narratori. Una molteplicità scandita dal continuo cambio di costumi, che impegna gli interpreti senza sosta, scena dopo scena, fino alla fine dello spettacolo.

La chiave di lettura contemporanea è chiaramente il fulcro di questo lavoro di traslazione dalla letteratura al teatro. La superficialità dell’alta società vittoriana descritta da Wilde, quel mondo definito dall’esteriorità, in cui la performance pubblica rischia pericolosamente di prendere il sopravvento sulla dimensione privata e diventare il motore primario di un’esistenza che perde a poco a poco significato, risuona fortemente con il mondo in cui viviamo oggi.

Al centro di tutto ciò vi è il giovane Dorian (Federica Luna Vincenti). Bellezza pura, pronta per essere corrotta dalle parole di Lord Henry Wotton (Alessio Vassallo) per cadere così vittima delle tentazioni e delle effimere illusioni di una realtà che non cela niente dietro le apparenze. La scenografia minimalista, primariamente composta da un divano da salotto e due scale in ferro battuto che possono combinarsi e riconfigurarsi all’occorrenza, rivela nelle sue lacune spaziali proprio l’assenza, il vuoto di quel mondo che i personaggi abitano, richiamando l’immagine di strutture scheletriche svuotate di ogni riempitivo biologico, dunque esistenziale. A fare da contrappunto a questa vacuità, le luci al neon che guidano l’illuminazione di scena, marcando l’intensità morale delle situazioni e degli accessi emotivi dei personaggi.

Attraverso la parabola di Dorian Gray, lo spettacolo mira a mettere in atto la condizione della società odierna e i meccanismi che la muovono in una martellante cultura dell’apparire e di una scala dei valori definita dall’ossessione per il successo e la popolarità, verso ciò che Lord Watton definisce “un nuovo edonismo”. Espressione che non intende solo esplicitare il percorso di scoperta di una nuova concezione e un nuovo stile di vita finora sconosciuti all’innocente Dorian, ma anche denunciare la fatuità dei nuovi valori che sembrano ormai guidare la nostra società. La discesa di Dorian verso l’inferno di uno sfrenato edonismo che non lascia spazio ad altre riflessioni viene infatti scandita in precise fasi che tracciano un “ideale” itinerario di ascesa al successo del mondo contemporaneo, correlato a un inverso percorso di decadimento morale.

Di capitale importanza è senza dubbio la componente tecnologica di questo nuovo edonismo contemporaneo. Il dipinto stesso di Dorian diventa uno strumento di video-cattura che scambia la permanenza di una singola immagine con un circuito chiuso che intrappola il personaggio nell’ossessione dell’esposizione costante della propria immagine, sempre sotto osservazione e suscettibile di critiche e giudizi.

Proprio la contaminazione mediale marca la cifra distintiva dello spettacolo: il ritratto di Dorian non è composto su una tela da Basil ma catturato tramite dispositivo fotografico, così come si presenta poi sotto forma di proiezione in presa diretta del soggetto. Le ossessioni della società attuale per l’aspetto esteriore, costantemente fissato e testimoniato, conducono all’accumulo di una memoria depositata capace di divenire pericolosa attestazione di ciò che potrebbe non coincidere con le aspettative della società.

Le istanze di teatro nel teatro, inoltre, con sipari che si aprono e chiudono all’interno della scena, parlano della perdita del confine tra vita privata e performance pubblica, rischio tangibile che l’apparenza diventi l’unica preoccupazione, svuotando la vita di un qualunque significato che non dipenda da istanze esterne e giudizi di valore.

Invero, mentre i personaggi di supporto e comprimari si alternano nel narrare gli eventi, commentare e marcare i sussulti interiori di Dorian, quest’ultimo pare esistere fin dall’inizio solo attraverso la loro percezione e descrizione, le voci di una società cinica e giudicante. Solo al termine della vicenda, una volta ottenuto consapevolezza dei suoi atti e della sua condotta e preso per la prima volta una decisione autonoma, non dettata da quell’edonismo che era stato la ragione unica della sua esistenza per anni, sarà finalmente per la prima volta in controllo della propria realtà e dunque capace di assumere il ruolo di narratore della storia e della sua vita.

Nel tratteggiare le caratteristiche e i problemi che affliggono la società massimamente preoccupata dalle apparenze, vocazione catalizzata dalla rete e i social media, lo spettacolo trascina efficacemente lo spettatore nel vortice autodistruttivo di Dorian, il quale vede la sua vita sgretolarsi  mentre l’illusione dell’eterna giovinezza cela ogni apparente degradazione. Un’effimera illusione che non può certo fornire una felicità duratura quanto più un passeggero autocompiacimento svuotato di ogni valore morale.

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Il ritratto di Dorian Grey – Scritto e diretto da Giancarlo Nicoletti. Scene di Emanuele Salamanca. Costumi di Nicoletta Ercole. Musiche di Umberto Iervolino. Disegno luci di Giuseppe Filipponio. Con: Federica Luna Vincenti, Alessio Vassallo, Giulio Forges Davanzati, Brunella Platania, Matteo Milani, Gianluigi Rodrigues, Francesca Bruni Ercole. Una produzione Goldenart Production, Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro Biondo di Palermo.

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