A Teatrosophia la drammaturgia classica ritrova la sua matrice magica tra veleni d’amore, streghe tiberine ed erbe curative
Tra la cantilena, i sussurri, i toni delle streghe del Tevere e la trance febbrile del tarantismo salentino, la sala di Teatrosophia ha accolto gli spettatori che hanno assistito, nella serata dello scorso 15 ottobre, alla pièce Visioni. Portato in scena da Maria Letizia Chezza, Dalila Di Palma, Luca Falleri, Irene Macuz e Pasquale Martinazzo – con testo e regia di Falleri e Chezza, che firma anche le musiche, e le illustrazioni dei tarocchi ad opera di Di Palma – lo spettacolo ha confermato ancora una volta la validità di questa giovane compagnia nel proporre letture innovative di classici ben conosciuti.

Qui il classico di riferimento è W. Shakespeare, e il lavoro drammaturgico firmato a due mani, come già anticipato, da Chezza e Falleri collega l’aspetto visionario ed esoterico della produzione shakespeariana ai miti dell’Alta Valle del Tevere, al tarantismo salentino, agli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Assistere a questo spettacolo vuol dire dimenticarsi la comodità rassicurante della quarta parete; la rappresentazione si modula in funzione delle carte che il pubblico stesso è invitato a scegliere. Ogni sera si assisterà a un evento diverso perché le carte vengono scritte dalla sorte e dagli spettatori. Per ogni arcano, ideato e realizzato dalla Di Palma, il cast porta in scena quadri che coniugano la poesia del Bardo con l’intensità del folklore salentino e dell’Alta Valle del Tevere. Ci si ritrova così tra i versi de La Tempesta o di Amleto e le ricerche demo-antropologiche di Ernesto De Martino che nel 1959 realizzò una ricerca sul tarantismo, da cui il capolavoro La terra del rimorso (1961).
Il rito del tarantismo si fa motore drammaturgico della messinscena. Il morso del ragno non è un fatto biologico, ma la ferita simbolica dell’anima, il segno di un amore tossico o di un dolore represso. La follia di Ofelia e il delirio di Lady Macbeth prendono forma nella trance della tarantata che cerca la propria catarsi attraverso il tamburello. Le rispondenze con gli Arcani Maggiori guidano questo percorso: il Diavolo che simboleggia le catene dell’ossessione, la Luna la notte dell’allucinazione e la Forza la consapevolezza che doma la fiera.
Tra il tarantismo e la poetica del Bardo, si insinua il misticismo vegetale e fluviale dell’Alta Valle del Tevere. Il corso d’acqua agisce quale veicolo di dissoluzione dell’ego: la morte di Ofelia si fonde con le storie contadine delle fanciulle sommerse nei gorghi del Tevere, dove l’acqua diventa la cancellazione del dolore per accedere all’eternità. Parallelamente emerge la figura dell’Erbaria, la donna delle erbe custode di un sapere botanico e magico. Questa conoscenza si specchia nei veleni shakespeariani, dalla pozione di Frate Lorenzo, fino alle profezie delle streghe di Macbeth.
A saldare insieme teatro, mito e natura interviene l’uso di maschere realizzate con elementi vegetali come rami intrecciati, foglie essiccate e corteccia. Non si tratta di un ornamento scenografico, ma di un dispositivo che trasforma l’attore e azzera l’io teatrale. Coperto di legni e foglie, il personaggio smette di essere un individuo per farsi incarnazione dello spirito del luogo, e come un flash viene in mente Puck in Sogno di una notte di mezza estate. La maschera di rami richiama i legni sacri dell’Erbaria tiberina e i travestimenti arcaici delle feste salentine.

C’è poi una suggestione affascinante che accompagna tutta la visione: questo intreccio così viscerale tra Shakespeare, la botanica sacra, le guarigioni del Salento e i riti fluviali dell’Alta Valle del Tevere finisce per rievocare le celebri teorie sull’origine italiana del Bardo. Quelle ipotesi che vedono dietro la figura di Shakespeare la mano dell’umanista Michelangelo Florio e di suo figlio John, straordinario linguista e conoscitore della flora e delle tradizioni nostrane. Che si creda o meno a un Shakespeare italiano, Visioni dimostra come queste radici siano così profonde da annullare ogni confine. In questo incontro tra la sorte dei tarocchi e la corteccia delle maschere, lo spettacolo restituisce al teatro la sua antica natura di consulto oracolare dal vivo, lasciando nello spettatore la sensazione di aver toccato con mano un segreto antichissimo.
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Visioni – con il Collettivo Attori del Resto (Maria Letizia Chezza, Dalila Di Palma, Luca Falleri, Pasquale Martinazzo, Irene Macuz) ,in copertina con Maria Letizia Chezza, Dalila Di Palma, Luca Falleri, Pasquale Martinazzo, Irene Macuz, produzione Storie di Piazza, Teatrosophia, Roma – dal 15 al 18 ottobre 2026
Foto ©Grazia Menna
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