Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

The Patron, quando l’arte diventa un gioco di potere

Nell’opera prima di Julia Thelin, seduzione, ambizione e inganno trasformano una notte in villa in un gioco sempre più oscuro tra identità, classe e controllo.

Una ragazza invita due studenti dell’Accademia di belle arti, conosciuti la sera stessa ad una festa, nella lussuosa villa di Annika Franke, una nota mecenate per cui lavora come addetta alle pulizie. Spacciandosi per la potente gallerista d’arte si guadagna così l’interesse e la curiosità dei due aspiranti artisti. Nel corso della notte tra giochi di seduzione, false promesse, balli e performance artistiche il rapporto perverso e subdolo che si viene a creare tra i tre personaggi prenderà una piega sempre più inaspettata e pericolosa. La giovane regista svedese Julia Thelin dirige un’opera prima ambiziosa e ricercata, indagando sul valore dell’arte come strumento di manipolazione e sul controllo che essa esercita nei diversi ruoli di potere e di classe.

L’impianto narrativo si basa sul concetto di scambio d’identità: la protagonista finge di essere qualcuno che in realtà non è (nel suo personaggio riecheggia quello di Mister Ripley), forse per invidia, forse per sentirsi accettata o forse solo per provare, anche solo per una notte, il brivido di calarsi nei panni di chi può davvero dettare le regole del gioco.  E in questo gioco i due ragazzi sono le pedine: il loro sogno è quello di poter un giorno esporre le proprie opere e l’incontro con la giovane mecenate dà loro una speranza: il grande obiettivo di una vita sembra finalmente a portata di mano. Tutto però si rivela essere una messinscena dove il confine tra realtà e finzione svanisce.

La scelta di girare il film quasi interamente all’interno di un appartamento conferisce all’opera una dimensione teatrale, come se i tre attori agissero in uno spazio scenico immobile e aldilà del tempo: un kammerspiel in cui il thriller erotico si intreccia con la satira sociale, Haneke che incontra Ostlund. Peccato che il risultato sia ben distante dai due eccellenti modelli a cui la regista si rifà smaccatamente: la fotografia fredda e asettica, tipica di tutto il cinema scandinavo contemporaneo, restituisce la giusta sospensione psicologica in cui sono immersi i personaggi, ma non riesce a sopperire né ad una regia fastidiosamente intellettuale e volutamente sfuggente né ad una sceneggiatura che in più occasioni pecca di coerenza e credibilità narrativa.

 Le sequenze in cui i tre giovani si esibiscono in performances di body act sembrano voler condurre verso la percezione di significati ermetici e particolarmente astrusi, ricavandone però delle immagini ben realizzate ma prive di particolari sottotesti contenutistici. Carla Sehn plasma un personaggio ambiguo e difficile da decifrare, mai davvero a suo agio con sé stesso e con gli altri; Maxwell Cunningham, più introverso e riflessivo, e Lucas Lynggaard Tonnesesn, invece più esuberante ed intraprendente, si dimostrano un convincente duo per alchimia ed intensità. 

Un film quindi riuscito a metà, in cui le affascinanti premesse tematiche, pur richiamando modelli già noti, vengono compromesse da una sovrabbondanza di momenti elegantemente vacui e forzatamente autoriali.

_____________

The Patron (Mecenaten)– Regia e sceneggiatura: Julia Thelin – Con: Carla Sehn, Lucas Lynggaard Tønnesen, Maxwell Cunningham – Montaggio: Anton Hemgren – Musiche: Walter Berge – Fotografia: Johan Hannu – Produzine: Grand Slam Film – Paese: Svezia – Presentato alla Festa del Cinema di Roma il 15 ottobre 2026

errore: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]