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L’ultimo disegno di un grande sognatore

Uno sguardo d’autore nella narrazione di Federico Fellini

Federico Fellini ha sempre raccontato storie, soprattutto la sua visione onirica, regalando squarci d’umanità in Amarcord, La Dolce Vita, 8½ , Giulietta degli Spiriti. Ma stavolta, è lui a farsi raccontare: nel documentario Ultimo Fellini di Gianluigi Dattorre, presentato al Rome Film Fest nella categoria Speciali Screenings, è il racconto dell’ultimo periodo di vita del grande genio e intrepido sognatore o almeno di quel poco che si conosce e che quei pochi superstiti possono ancora narrare.

Gianluigi Attorre

Sembrano ormai lontani quegli anni in cui il cinema felliniano composto da elementi circensi, personaggi bizzarri, grandi sogni e da una sua personale memoria storica conquistava il mondo: la narrazione si sofferma in quel capitolo della sua esistenza racchiuso nell’ultimo periodo della sua vita in cui Fellini annaspa per creare ancora, ma dove difficilmente riesce a trovare un proprio spazio e dimensione nel contesto cinematografico moderno, sebbene gli venga consegnato il Premio Oscar alla Carriera nel 1993 da Hollywood in persona, poco prima di andarsene.

Tra testimonianze di chi lo ha sostenuto nell’ultimo periodo della sua vita come Roberto Benigni, Vincenzo Mollica, Nicola Piovani, Martin Scorzese e la sua fedele assistente Fiammetta Profili e collage di repertori inediti recuperati negli archivi privati, quello che viene trasmesso è un Fellini che ha lottato fino alla fine per continuare a lavorare per non farsi dimenticare, mantenendo sempre quella sua implacabile verve come sceneggiatore, regista e fumettista nella sua collaborazione con Milo Manara.

Quando nel marzo del 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni consegnano a Federico Fellini l’Oscar alla carriera, la platea di Hollywood si alza in una commossa ovazione per celebrare un monumento vivente del cinema mondiale. Eppure, dietro quel tributo dorato si nasconde il capitolo finale di una vicenda umana ed artistica complessa, consumata negli ultimi tredici anni di vita del regista: una stagione di ostinata resistenza creativa in cui il Maestro ha dovuto fare i conti con un contesto cinematografico che non riusciva più a trovare lo spazio per accoglierlo.

A cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, mentre il Muro di Berlino crollava e lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ridefiniva equilibri e sensibilità generazionali, il gusto globale si orientava verso un cinema più asciutto, legato a nuove urgenze e a linguaggi lontani dai suoi grandi affreschi allegorici. Negli Stati Uniti, in particolare, i suoi ultimi lavori faticavano a trovare distribuzione e consenso, nonostante per cineasti italoamericani come Martin Scorsese – cresciuti con il mito delle radici e della cinematografia italiana come nutrimento essenziale – Fellini rimanesse il pilastro intoccabile del cinema interiore, ovvero era l’uomo che aveva insegnato al mondo come filmare il flusso dell’inconscio senza soluzione di continuità con il reale.

In quegli anni di apparente isolamento, Fellini non ha mai smesso di essere straordinariamente prolifico, affidandosi al gesto che fin dall’infanzia e dagli esordi al giornale satirico Marc’Aurelio ha costituito la vera radice del suo sguardo: il disegno. Tracciare figure con la matita e i pennarelli, seduto ai tavoli dei caffè o tra le stanze degli alberghi romani, non era per lui un divertimento o una semplice caricatura, bensì l’atto primario della regia, il modo esatto per fissare su carta le visioni notturne, i volti dei suoi personaggi nei film e le forme dei sogni prima che svanissero con la luce del giorno. Da questa urgenza grafica e onirica è fiorito il sodalizio con Milo Manara, orchestrato insieme all’amico fraterno Vincenzo Mollica, compagno di giochi e complice fidato che batteva a macchina le parole dettate a braccio dal regista durante le loro passeggiate narrative. Da quel metodo libero è nato Viaggio a Tulum, scaturito dal misterioso pellegrinaggio messicano compiuto da Fellini sulle tracce dello scrittore ed esoterista Carlos Castaneda, dove l’avventura si è tramutata in tavole illustrate proprio perché il cinema convenzionale non avrebbe saputo contenerne la magia.

Questo interesse per l’invisibile, per lo sciamanesimo e per l’occulto era del resto una presenza costante nella vita intima del regista, scandita dalle sedute spiritiche, dalla fascinazione per le dimensioni medianiche e dall’amicizia con il sensitivo torinese Gustavo Rol. Proprio da questa soglia tra il visibile e l’aldilà era scaturito il suo progetto più leggendario e tormentato, Il viaggio di G. Mastorna, la storia di un musicista che precipita in una città spettrale scoprendo progressivamente di non essere più in vita. Un’opera preparata meticolosamente ma mai girata per timore delle profezie e dei presagi che ne accompagnavano la genesi, considerata una porta troppo pericolosa verso l’ignoto e infine trasfigurata anch’essa nell’inchiostro e nella carta grazie all’arte di Manara.

Quella stessa dimensione liminale ha finito per riversarsi nelle sue ultime creazioni cinematografiche, realizzate sempre all’interno del Teatro 5 di Cinecittà, la sua vera casa, la fortezza in cui continuare a costruire oceani di plastica e piazze finte per sfidare l’avanzata della televisione commerciale e del cinismo moderno. Con Ginger e Fred ha messo a nudo la volgarità del piccolo schermo, con Intervista ha celebrato il lutto e l’incanto degli studi di posa rievocando con malinconia la Fontana di Trevi, e con La voce della luna ha affidato a Roberto Benigni il ruolo di un ingenuo lunare capace di ascoltare la voce dei pozzi e il sussurro dei defunti, in un disperato appello a riscoprire il silenzio in un mondo assordato dal frastuono.

Ad accompagnare questo commiato crepuscolare è stato Nicola Piovani, subentrato a Nino Rota per firmare partiture dolenti e sospese, capaci di tradurre in musica il disincanto della fine. Circondato dagli affetti più intimi, dagli amici che credono ancora alla favola e dai suoi fogli costellati di schizzi, Fellini ha così portato a termine il suo percorso: non la resa di un autore superato dal tempo, ma l’ultimo, poetico disegno di un sognatore che ha saputo abitare il mistero dell’aldilà prima ancora che le luci della ribalta si spegnessero definitivamente.

Martin Scorsese

A trentatré anni di distanza dalla sua scomparsa, Fellini non ha mai smesso di essere una figura di ricerca o anche di partenza per i giovani cineasti, considerato da sempre un punto di riferimento della gigantografia cinematografica: nel 2024 Gabriele Salvatores maneggia la sceneggiatura di Fellini del film Napoli-New York rimasta inedita e la porta sul grande schermo, mantenendo intatto lo stile riconoscibile di Fellini. Eppure tanti sono essere i riferimenti a lui dedicati che spaziano tra canzoni e documentari che non fanno altro che alimentarne il ricordo e la sua posizione consacrata nell’Olimpo della Storia del Cinema.

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Ultimo Fellini – documentario scritto e diretto da Gianluigi Attorre – Con Roberto Benigni, Martin Scorsese, Nicola Piovani, Vincenzo Mollica, Milo Manara e Fiammetta Profili – Produzione Atomic, Rai Cinema, TNM Produzioni – 2026 – Rome Film Fest 2026 – dal 13 al 25 ottobre – Presentato al Cinema Giulio Cesare 17 ottobre 2026

Foto – © Ufficio Stampa

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