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Un colpevole che non ammette colpe. Un assassino e due donne morte

Tra giudizio celeste e giustizia terrena, l’espiazione di una condanna per omicidio e rapina.

Dal 13 al 18 ottobre a Catania, al Teatro Stabile la stagione ha inizio con un passato romanzesco, un antico trascorso adattabile al nostro. Del resto, se è sulle armi e sulla violenza il discorso, da ieri ad oggi mai nulla cambia, mai nulla è diverso. Dall’Ottocento a questo tempo, la stagione ha inizio con un maestoso e rielaborato rifacimento che, in fondo, dal mondo odierno non si discosta tanto.

Francesco Sferrazza Papa, Giulio Petushi

Di Glauco Mauri, sulla scena transitano impeccabilmente sei attori, fra i quali Francesco Sferrazza Papa. Valente protagonista, dominante frammezzo gli altri affiancanti ruoli, lui è Rodion, ragazzo dai dubbi valori morali, in nessun modo disposto a guardare ai suoi errori, affatto incline ad ammettere odio e orrori. Non sono poi cosi gravi, direbbe un ragazzetto mosso da insolite tesi e opinioni, strani pensieri. Strani e feroci, spietati e crudeli. Inquietanti i suoi deliri.

Follie e farneticazioni di un giovane uomo sospeso fra usurai e benefattori. Un giovane uomo senz’altro indigente, ma stenti, miseria e ristrettezze, non giustificano le azioni, non giustificano niente. Ma lui con la sua teoria divorante, uccide, nasconde e poi mente. Il suo principio non muta: una donna va eliminata. Non ci sono esitazioni. Non bisogna pentirsi, così si ritiene, se alla base ci sono certi proponimenti e intenzioni, energie nuove e obiettivi.

Non bisogna pentirsi se si aspira ad essere uomini superiori, quelli che dalla legge sono al di fuori. Loro gli ostacoli li sanno arginare perchè sanno di poter trasgredire, o almeno credono di poterlo fare. Hanno un potere particolare: una prerogativa, un privilegio, il più vile. Il diritto di ammazzare. Assassinare e trucidare. Massacrare e far morire. E il più delle volte premeditare. Tramare e ordire. Tendere una trappola e lasciar cadere. Lasciar cadere vite umane. E che volete che sia da parte loro. Loro che sono “sorgente di perfezione”, se questa è la certezza, se questa è la convinzione.

La rivoltante convinzione in direzione del progresso, dell’evoluzione. Uccidere è il pretesto della rivoltante convinzione da cui prende le mosse l’intera narrazione. Dal primo al secondo atto, tra reato e rifiuto, tra realtà e sospetto, tra misfatto e non detto, con l’imponente regia di Andrea Baracco. La rivoltante convinzione, sul palco, di un ragazzo arrogante e non credente. In Dio, si intende. Se le uniche cose in cui crede, e ci crede fermamente, sono le sue idee strambe.

Sul palco, ed è la Sala Verga, ci spostiamo in Russia: San Pietroburgo, una fredda città e un varco. L’apertura verso una storia: la storia di un giovane e la sua natura. Malvagia ma dopotutto insicura. Insicura e aggressiva la natura di colui che usa l’omicidio per superare ogni barriera. Un’indole violenta, un’inclinazione sanguinaria tradotta in partitura.

Per il tramite di suoni, brani e rumori di un’indispensabile componente sonora. Fragori che accompagnano la sua ira, la sua furia. I frastuoni risonanti e amplificati della sua vigliaccheria, i ronzii tra il nero e il grigio di una scenografia. Tra istanti di luci stroboscopiche e generatori di nebbia e burrasca, folate e foschia.

Luci ora verdi, ora cobalto a partire dallo sfondo. E un lampadario abbassato al centro. Ora ondeggia, ora è fisso. Una scala e un secchio, un tappeto e un ombrello. Un’impalcatura che sembra di metallo. Due porte ai lati appese all’uno e l’altro gancio. Un materasso. Uno scenario visivo dentro il quale i personaggi spesso è dalla platea che fanno ingresso.

Dallo scenario alla drammaturgia. Quest’ultima a cura di Maria Teresa Berardelli, a partire da Fëdor Dostoevskij, ci appare come un farsi. Un farsi a tratti espositivo e descrittivo, gestuale, canoro e musicale. Ed effettivamente multidisciplinare, a metà fra teatro e religione, letteratura e filosofia, scienza giuridica e psicologia.

Un ragazzo, la negazione di se stesso e della sua malattia. Il farsi di un delitto. Il castigo come effetto. Un peccatore senza pentimento. Non c’è colpa, né rimpianto. Nessun rimorso. “L’impero di fango”, il labirinto di un assassino non redento. Che indossi il crocifisso e si faccia reo confesso.

Una voce fuori campo riferisce il colpo. Poco prima delle otto, ecco un cranio frantumato, rotto. E poi un altro. Un’affilata arma contundente, un corpo sanguinante. E poi il secondo. Due corpi, due donne sorelle di sangue. Due sorelle in un lago di sangue. Un vicolo cieco, un omicidio al quadrato. E un assassino che improvvisandosi ladro, nasconde sotto un sasso un paio di gioielli e qualche diamante. Questo lo illustra la voce narrante.

Woody Neri

Questo è un racconto alla realtà equiparante. È un romanzo ed anche un rispecchiamento. Il doloroso riflesso del presente. Da chi diffonde guerre mosso da una visione prevaricante a chi si arroga il diritto di compiere crimini dove nell’impulso, nell’istinto è racchiuso il movente.

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Delitto e castigo – autore: Fëdor Dostoevskij – adattamento: Glauco Mauri – regia: Andrea Baracco – drammaturgia: Maria Teresa Berardelli – con: Francesco Sferrazza Papa, Paolo Zuccari, Woody Neri, Giulio Petushi, Aurora Spreafico, Anna Bisciari – scene: Marta Crisolini Malatesta – costumi: Laura Giannisi – musiche originali e suoni: Giacomo Vezzani e Vanja Sturno – disegno luci: Umile Vainieri – produzione: Compagnia Mauri Sturno – stagione 2026-2027 – Sala Verga, Teatro Stabile di Catania (13-18 ottobre 2026)

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