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In dialogo con Alice De André

Incontro con l’attrice al Todi Festival per lo spettacolo “Alice (non canta)De André”: un viaggio intimo e ironico tra memoria familiare, teatro e libertà espressiva.

Un cognome importante, un’eredità artistica ingombrante con cui fare i conti e la ricerca profonda della propria voce. In occasione della sua tappa al Todi Festival con lo spettacolo Alice (non canta) De André, abbiamo intervistato Alice per farci raccontare la genesi di un monologo intimista e spassoso. Un percorso che intreccia i ricordi d’infanzia e il legame ideale con il nonno Fabrizio all’impegno sociale del teatro come spazio libero e inclusivo.

Parliamo dello spettacolo: Alice non canta De André. Il titolo suona quasi come una provocazione. Da dove nasce l’esigenza di questo monologo e come è iniziato tutto?

In realtà questo spettacolo è nato tanti anni fa. È un insieme — come fosse un collage o un puzzle — di pezzi e frammenti che ho elaborato e sentito nel corso del tempo, dall’adolescenza a oggi. Il primo monologo risale a quando avevo 14 anni: per la scrittura dello spettacolo sono partita proprio da lì, da un sogno che avevo fatto da ragazzina. Nel sogno incontravo tutti i personaggi delle canzoni di mio nonno che salivano su un treno; poi lui stesso diventava il treno che li conduceva e li portava via, in «direzione ostinata e contraria». Era un periodo abbastanza difficile: avevo iniziato a rendermi conto di che cosa significasse realmente portare questo cognome. Da una parte c’era una sorta di rifiuto, classico dell’adolescenza, il voler prendere le distanze per affermarsi e autoaffermarsi. Dall’altra venivo sempre riportata lì: «Ma quindi canti? E perché non canti? Perché vuoi fare recitazione?». Dopo aver fatto quel sogno e aver scritto il primo monologo, mi sono resa conto di quanto in realtà mio nonno fosse fondamentale per me e di quanto non avesse senso cercare di allontanarlo. Da lì è partita una ricerca su come poterlo portare nel mio mondo. Questo spettacolo è il mio modo di dire: «No, non canto. Mi chiamo così e cerco di portarlo a teatro attraverso la comicità e l’ironia», che era un’altra delle sue grandi qualità.

Sui tuoi canali social condividi spesso video ironici in cui dialoghi con tuo nonno. Ti è mai capitato, al di là dell’ironia, di percepire la sua presenza in modo reale o di sentire una connessione profonda?

La cosa che fa ridere dei video con il quadro è che lui ha un’espressione giudicante che ritrovo tantissimo anche in me. È un quadro gigantesco che prende praticamente tutto il salotto, quindi fin dai tempi delle prime uscite in discoteca lo guardavamo ed era come se ci giudicasse: è diventato una sorta di pacere! Da piccolina, invece, mio nonno lo sentivo molto. Mi è capitato tante volte di entrare in connessione con lui: quando ero piccola lo vedevo e lo sentivo proprio vicino. Mi ha aiutata tantissimo a superare momenti difficili, ad esempio quando ho sofferto di bullismo in varie fasi, tra elementari, medie e liceo. La sua presenza la sentivo molto e mi sembrava davvero di comunicarci.

C’è un ricordo o un aneddoto particolare di quel periodo che ti andrebbe di condividere?

Mi ricordo banalmente di quando ero piccola: apparecchiavo per lui, mi mettevo a guardare la televisione in salotto e mettevo sempre due cuscini sul tappeto, uno per me e uno per lui. Non ricordo per quanti anni sia andata avanti questa cosa, ma per un bel po’. Per me era assolutamente lì, me lo ricordo nitidamente.

Come reagisce il pubblico a uno spettacolo dal titolo così particolare? L’accoglienza è immediata o noti un po’ di perplessità iniziale?

All’inizio vedo che appena entro mi guardano un po’ della serie: «Vediamo, no? Non canti, allora sentiamo cosa hai da dirci». Poi, dalle prime risate, si crea una comunione bellissima. Quello che mi ha insegnato questo spettacolo è la bellezza del silenzio quando sei in scena: quei momenti in cui tu e il pubblico siete insieme, vi tenete per mano e state viaggiando. C’è un silenzio che unisce e in cui sei veramente coinvolto, sia tu come protagonista sia il pubblico come spettatore. La risposta finale è sempre molto positiva e questo mi fa tanto piacere.

So che fai anche teatro con ragazzi che hanno la sindrome dello spettro autistico. Dal momento che la loro difficoltà principale riguarda spesso la comunicazione, mentre il teatro ne è un mezzo potente, in che modo questo linguaggio riesce ad abbattere le barriere? C’è un’esperienza o un momento in particolare che ti è rimasto nel cuore?

Funziona un po’ come una terapia d’urto, come quando hai una fobia e ti fanno lavorare direttamente con ciò che ti fa paura. Credo che la cosa più bella del teatro sia l’essere uno spazio libero dal giudizio, in cui puoi sperimentare e persino devi sbagliare: l’errore è ancora concesso ed è necessario. Non credo esista un altro spazio, soprattutto nella nostra società, in cui ci si possa concedere una libertà simile. Questo mette i ragazzi in una condizione di ascolto e di rilassatezza, per cui sentono di poter lavorare attraverso il gioco su cose che nel quotidiano risultano loro difficili. Durante i giochi teatrali stai giocando, ma allo stesso tempo stai facendo un lavoro introspettivo infinito.

La cosa che mi ha colpito di più è stato vedere ragazzi che in classe non parlavano proprio. A fine anno abbiamo fatto il primo spettacolo, Take me out: erano sul palco e facevano i loro monologhi. Vederti lì, liberi… Di solito hanno una comunicazione corporea molto chiusa — braccia conserte, sguardo in basso, non ti guardano mai negli occhi — ed è stato davvero magico vederli padroni di loro stessi e del proprio corpo, aperti, con lo sguardo alto e con una buona dizione. È il loro momento di libertà. Quando scendono dal palco iniziano pian piano a richiudersi, ma sanno che quello è uno spazio in cui possono concedersi al 100%. Vedere questa libertà è la cosa più bella per me.

È una storia bellissima ed emozionante anche solo da ascoltare. Ti ringrazio davvero molto.

L’incontro con Alice De André lascia la sensazione profonda di una ricerca artistica sincera e generosa. Nel contesto del Todi Festival, la sua testimonianza ricorda come il palcoscenico sappia essere non solo un luogo di memoria e radici, ma soprattutto uno spazio salvifico di assoluta libertà.

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Alice (non canta) De André – di Alice De André e Alessio Tagliento – al violoncello Giulia Monti – Produzione Talia Media – Festival di Todi 28 agosto 2026

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