Quando l’autonomia promessa si dissolve in immagine, al Teatro Belli di Roma
Beauty Dark Queen– Lo strano caso di Elena di Troia, torna in scena nell’ambito della rassegna Expo, portando avanti la ricerca di Stefano Napoli e della compagnia Colori Proibiti attorno alle figure femminili del mito. La trilogia delle Dark Queen — Cleopatra, Elena, Niobe — è a tutti gli effetti un’indagine sul femminile inteso come costruzione culturale e campo di tensioni tra potere, desiderio e rappresentazione drammatica.

È utile chiarire che questa traiettoria emerge dal modo in cui i personaggi vengono assunti come oggetti di ricerca. Cleopatra richiama una sovranità consapevole e spettacolare, Niobe una fissità tragica che pietrifica il corpo nel dolore. Elena, come una sorella di mezzo, resta la figura più ambigua, quella meno stabilizzabile, ed è proprio su questa instabilità che lo spettacolo insiste.
La costruzione scenica procede per immagini e interruzioni, fisiche, musicali, scenografiche. Tuttavia, la reiterazione dei bui finisce per spezzare la continuità percettiva più che articolarla: invece di creare sospensione, la ripresa produce una frammentazione che indebolisce la tensione. Anche il registro lirico, spesso insistito — sia quello canoro attribuito ad Afrodite, che quello gestuale attribuito a Elena —, introduce una qualità enfatica che tende a saturare ciò che potrebbe restare invece più trattenuto, sottraendo pause e riflessioni d’osservazione.
Afrodite (Simona Palmiero) domina la scena con una presenza fortemente erotica, quasi gravitazionale. La sua funzione appare chiara: catalizza, attrae, arbitra, distribuisce energia tra i corpi. In questa scelta, però, si produce uno slittamento significativo. La figura della dark queen finisce per sovrapporsi a Elena stessa, fino a renderla quasi indistinguibile da questa forza seduttiva che la attraversa.
Elena di Troia (Francesca Borromeo) resta al centro, ma la sua centralità si costruisce attraverso uno sguardo che la chiama fino a esporla, fino al punto di organizzarla come immagine. L’intenzione di restituirle autonomia è leggibile, eppure entra in collisione con il dispositivo scenico adottato. L’insistenza su una gestualità ammiccante, su un erotismo esplicito e reiterato, riporta continuamente Elena dentro una logica di visibilità che la vincola al valore di bellezza, allo sguardo altrui, e perciò non la libera nel suo essere donna, prima ancora che amante.
Qui la contraddizione si fa più netta. La volontà di emancipazione si accompagna a un’estetica che continua a costruire il corpo femminile come superficie seduttiva. Il risultato non è una figura che si riappropria di sé, ma una figura ulteriormente accentuata come polo di attrazione, come epicentro di desiderio e, di conseguenza, di disordine.
Elena, quindi, sembra perdere la possibilità di essere letta come soggetto. L’accumulo di sguardi, gesti e pulsioni erotiche la spinge verso una dimensione quasi archetipica, che richiama più la figura della strega che compie sortilegi, che quella di una regina consapevole; una sirena tirrena che rimbambisce, una Medusa dalla quale sfuggire per non diventare pietre sedotte: presenze che attraggono e insieme conducono alla rovina, corpi che esistono nella misura in cui esercitano un potere sull’orrore del desiderio altrui.
Questo slittamento è rilevante. Se la dark queen dovrebbe implicare una forma di sovranità sul proprio corpo e sulla propria immagine, qui tale sovranità resta problematica. L’attrazione che Elena esercita appare come un destino scenico, una capacità che le viene continuamente attribuita e ribadita, mai come un’autonomia decisionale messa in campo dal suo essere.
Ne emerge una figura che si avvicina più alla sciagura che alla padronanza. Elena diventa luogo di crisi, catalizzatore di tensioni che la superano. Eppure, proprio in questa direzione si apre una possibilità di lettura meno univoca. L’idea che Elena sia stata, per tutti, origine di rovina viene messa in discussione dalla stessa ambiguità dello spettacolo: ciò che appare come colpa può essere anche proiezione, costruzione dello sguardo che la definisce.
Resta però una sensazione di squilibrio. L’eccesso di lirismo e la frammentazione luministica, insieme a un’estetica seduttiva molto marcata, finiscono per rendere più opaco il discorso che lo spettacolo sembra voler articolare. L’ambiguità, che potrebbe essere un punto di forza, si disperde in una serie di segnali che insistono tutti nella stessa direzione, senza effettivamente imboccarla.

Più che aprire uno spazio di riconsiderazione del personaggio — in tempi in cui i contorni della donna sono obbligati a una continua ridefinizione — l’allestimento tende a ricondurre Elena entro un immaginario già noto, quello della bellezza pericolosa, irresistibile e colpevole. E a quel punto la domanda resta sospesa: Elena di Troia è davvero una regina oscura, o continua a essere, ancora una volta, l’immagine costruita di una sciagura?
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Beauty Dark Queen – Lo strano caso di Elena di Troia – Regia di Stefano Napoli, con Francesca Borromeo, Alessandro Bravo, Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano Paolo Di Caprio – supervisione sonora di Federico Capranica – luci di Mirco Maria Coletti – Teatro Belli dal 10 al 12 aprile 2026





