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“Specchi, lustrini e verità: quando la bellezza incontra il tempo”

All’Opera di Roma “Il trionfo del Tempo e del Disinganno” di Händel diventa una riflessione sul contemporaneo

«Ho sbagliato qualcosa?» è la domanda che ci si potrebbe fare entrando al Teatro dell’Opera di Roma per Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel, in scena fino al 14 aprile. Perché il palco del Costanzi, di solito coperto dal suo sipario rosso, è in bella vista e sembra pronto ad ospitare un talent show. Insegne luminose, le sedie dei giudici pronti a dire sì o no, tutto ci riporta a un’ambientazione molto lontana dall’opera lirica. 

C’è anche una passerella, che gira intorno alla buca lasciando l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma ancora più nascosta del solito, benché la rinnovata invisibilità non tocchi d’una virgola l’ottimo lavoro del Maestro Gianluca Capuano e dei suoi orchestrali.

Ma quindi, abbiamo sbagliato serata e siamo davanti a un talent? No, nessun errore. È la regia di Robert Carsen ad accoglierci in questa irriconoscibile versione del Costanzi. Quello che Händel compose come oratorio oltre tre secoli fa è ora nelle mani di un regista che scegliendo di allestirlo si è giocato, per la prima parte, la carta della modernità più estrema. 

Una decisione azzeccata, quella di Carsen, ancor di più funzionale in un mondo in cui la musica barocca e tardobarocca è elemento pop di tutte quelle ricostruzioni cinematografiche e televisive capaci di esaltare la mondanità del XVI-XVII secolo. Non stona Händel davanti alle passerelle dei modelli o sotto alla strobosfera, perché nel nostro immaginario a quella musica sovrapponiamo un ballo a corte, la bellezza e la magnificenza al suo massimo, proprio come oggi sono i perfetti aspiranti top model dell’allestimento. 

E a questo proposito non si può non sottolineare il lavoro della coreografa Rebecca Howell, che ha curato il movimento dei concorrenti-ballerini dell’immaginario talent da cui la vicenda trae le mosse e che ha aperto l’opera ed è continuato per tutto il primo atto. Un talent, però, può avere un solo vincitore: Bellezza, la protagonista.

Johanna Wallroth ne riesce a cogliere lo stupore, soprattutto. Il mondo di lustrini in cui la vittoria la cala non sembra adatto a lei, non è immediatamente a suo agio. È certo l’aiuto di Piacere a mostrarle cosa può avere, e mentre Wallroth entra nel suo personaggio è la voce quasi incantatrice di Anna Bonitatibus ad attirarci verso l’universo patinato della vittoriosa top model. Una presenza scenica dominante, aiutata dai curatissimi costumi di Gideon Davey, che la rende regina di questa prima parte nonostante Disinganno (Raffaele Pe) e Tempo (Ed Lyon) l’accompagnino fin dall’inizio. Come si potrebbe però cedere ai loro ragionamenti se accanto si ha Piacere in un tailleur dai colori brillanti, pronta a dare tutto ciò che una giovanissima può desiderare, ora che è uscita dall’anonimato ed è la più bella di tutte? 

Eppure il Tempo, col suo lungo soprabito scuro, che al buio appare quasi una veste talare, sa che quella magia non è eterna, che è un soffio la vita di Bellezza. La voce di Lyon ci appare così quasi un avvertimento diretto non solo alla protagonista; una riflessione resa ancora più profonda dal libretto di Benedetto Pamphilj, il cui linguaggio, per certe costruzioni sintattiche lontano dal nostro, richiede un’attenzione in più, una cura nell’ascolto che diventa introiezione. 

Il momento dei lustrini è finito, Bellezza.

La seconda parte fa sua quella cupezza di cui Tempo era già stato portatore in anticipo, sebbene alleggerita dalla voce suadente di Raffaele Pe. Il controtenore lombardo, il cui timbro accompagna ma non preoccupa, è fonte di consapevolezza senza l’ansia di cui si carica il tempo. 
Il “Teatro della verità” ha in sé l’unico oggetto che anche la Bellezza può temere: lo specchio. È lì che nessun complimento può sopravvivere all’evidenza, nella solitudine di chi si guarda riflesso e si vede davvero. 

In quell’enorme specchio posto sul palco si guarda Bellezza e si guarda – in lontananza – tutta la platea figlia del contemporaneo mondo dell’apparire. Viene da pensare ai trucchi che ogni giorno la medicina e l’estetica ci forniscono perché neanche in noi bellezza sfiorisca nel passar del tempo, togliendo alla vita quel suo implacabile scorrere. Ancor di più il pubblico si sente chiamato in causa mentre Tempo e Disinganno percorrono i laterali della platea, camminandoci accanto come fa la vita.

In questa generale oscurità – fisica ed emotiva- la presenza di Piacere stona, non è sufficiente, anche lei ha fatto quel che doveva e non può riportare Bellezza al punto in cui è partita. Bisogna metter mano alla coscienza e andare avanti, ché l’immobilità è il contrario della vita anche quando ci sembra sia il suo più grande traguardo.

Il trionfo del tempo e del disinganno sembra apparire così l’opera più adatta a dar ragione a quel “Doppio sogno” che l’Opera di Roma ha scelto come titolo della sua stagione.  Niente è più doppio del percorso di Bellezza, reso ancor più intenso dalle scelte registiche di Carsen e dal suo doppio mondo. 

Sebbene Händel scelse l’allegoria, i concetti e non la loro umanità, Bellezza non può che essere l’unica dei quattro personaggi a poter vivere davvero, così da rendere la seconda parte un viaggio psichico prima che umano.

In effetti, tornando a casa da ogni momento di gioia e bellezza – il teatro, una festa, una discoteca – tutti noi non abbiamo che sciogliere i capelli o i papillon, rimuovere il trucco e indossare un pigiama, salutarci davanti allo specchio finalmente soli, costretti a guardarci davvero.

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Il trionfo del Tempo e del Disinganno – Musica di Georg Friedrich Händel – Libretto di Benedetto Pamphilj – Direttore Gianluca Capuano – Regia Robert Carsen – Con: Johanna Wallroth(Bellezza), Anna Bonitatibus(Piacere), Raffaele Pe(Disinganno), Ed Lyon(Tempo) – Scene e costumi Gideon Davey – Luci Robert Carsen e Peter van Praet  – Movimenti coreografici Rebecca Howell – Video RocaFilm – Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma -Allestimento in collaborazione con il Salzburger Festspiele – Teatro dell’Opera di Roma dal 7 al 14 aprile 2026

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