Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti e Giuseppe Sartori danno corpo alla tragedia comica di Ariel Dorfman in un allestimento che non consola, ma inquieta.
Entrando nella sala del Teatro Eleonora Duse per The Other Side, la sala è già offuscata da un fumo denso che rende la vista incerta e l’aria rarefatta. Qualcuno, sedendosi, se ne lamenta a mezza voce. Poi arrivano i rumori: boati lontani di bombe, sordi, insistenti, che accompagnano gli spettatori che lenti e confusi vanno ai propri posti. Lo spettacolo è già iniziato: la guerra entra in sala prima ancora di mostrarsi sul palco.

Sulla scena appare un ambiente casalingo povero, rattoppato, dilaniato (scene a cura di Maria Spazzi). Una casa che si trova in un luogo di guerra che resta indefinito e che potrebbe essere ovunque. Qui una coppia di anziani, portati in scena da Elisabetta Pozzi e Gigio Alberti, ha trasformato la propria routine in un macabro rituale: identificare e seppellire soldati caduti senza nome. La loro esistenza è sospesa, ma ormai domestica, nella cura della morte altrui.
E a spezzare quella quotidianità arriva l’annuncio tanto atteso: la pace. Tutto cambia, almeno nella speranza. Ma quella non è pace, è un armistizio fragile che si infrange quasi subito sotto il suono di nuove bombe. Vista nel panorama contemporaneo, tra Medio Oriente ed Europa orientale, la falsa pace di Dorfman assume una risonanza dolorosamente attuale. La pace che arriva solo sulla carta, mentre la violenza riprende il suo corso.
La pace della coppia in scena è interrotta dall’irruzione di un terzo uomo (Giuseppe Sartori), portatore di un confine che non resta fuori, ma entra, si infila tra le pareti, taglia il tavolo, il letto, l’intimità della coppia. Un confine che mi ha fatto pensare all’opera The Running Fence di Christo e Jeanne-Claude, quella lunga striscia di tessuto bianco che correva sulle colline californiane e finiva nell’oceano: un confine labile, poetico, temporaneo, ma che voleva significare una divisione non netta, una soglia valicabile. Qui invece il confine è brutale, domestico, permanente. Entra in casa e non se ne va più.
È così che The Other Side diventa una tragedia comica tagliente, un ossimoro vivente che la regista Marcela Serli (da anni protagonista del teatro di ricerca italiano) fa esplodere con lucidità chirurgica. Non addolcisce nulla: esalta la lingua diretta e affilata di Dorfman nella traduzione di Alessandra Serra, accompagnata dalle musiche originali di Daniele D’Angelo, trasformando il grottesco quotidiano in un meccanismo implacabile. La casa, con le scene essenziali e ferite, diventa metafora perfetta di ogni divisione: tra dentro e fuori, tra noi e l’altro, tra passato e presente, tra menzogna e verità.
Giuseppe Sartori, che si conferma essere uno dei migliori nomi del teatro contemporaneo (personalmente ho avuto il piacere di vederlo in diversi spettacoli potenti negli ultimi anni, e ne ho parlato qui, qui e intervistato qui), altera il ritmo con la sua presenza insieme concreta e simbolica: è guardia di frontiera e confine stesso materializzato. Carica l’aria di minaccia e assurdo in un colpo solo.
Accanto a lui, Pozzi e Alberti costruiscono una coppia carica di una stanchezza antica, di una tenerezza logorata, di piccoli gesti che tradiscono risentimento e complicità sopravvissuti alla guerra. La loro alchimia scenica rende tangibile il paradosso: due persone che hanno imparato a convivere con la morte altrui, ma non sanno più come convivere con la pace.
Lo spettacolo è estremamente contemporaneo. Mentre stavo lì seduta sulla mia comoda sedia rossa continuavo a chiedermi: quanto tutto questo è lontano da noi? La risposta è semplice e inquietante: non lo è affatto. Le lotte di confine, le paci annunciate e subito tradite, i muri che si alzano improvvisamente in mezzo alle vite quotidiane. È il nostro presente, è quello che invade le bacheche dei nostri social, le pagine dei quotidiani.

La chiusa è netta, quasi un pugno nello stomaco: «Non è finita. Non finirà mai». E mentre il fumo si dirada lentamente in sala (o forse resta dentro di noi), si ha la sensazione precisa che il confine di cui parla Dorfman non sia solo geografico o politico. È dentro ciascuno di noi, tra popoli, tra coniugi, tra ciò che vorremmo essere e ciò che la storia ci costringe a diventare.
The Other Side non consola, risveglia. Ed è per questo che vale la pena vederlo.
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The OTHER SIDE – di Ariel Dorfman / traduzione di Alessandra Serra – regia di Marcela Serli – con Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti e Giuseppe Sartori – scene Maria Spazzi; costumi Mateijka Horvat; disegno luci Omar Scala – musiche Daniele D’Angelo – produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova e Mittelfest2025 in collaborazione con Teatro Stabile Sloveno di Trieste – Slovensko Staino Gledališče. Dall’8 al 12 aprile al Teatro Eleonora Duse di Genova.





