di Leonardo Campara

 

La realtà è arida, preferisco comunicare la pienezza”. Fernando Botero

Il rifugio nell’arte, intesa come strumento di evasione dalla realtà è il motivo che muove la pittura del più importante esponente dell’arte del ‘900 ancora in vita che ha da poco compiuto 90 anni. Sembra di risentire la sorrentiniana “realtà scadente”, come se nel mondo dell’arte si riconoscesse la necessità di creare un mondo altro, un contraltare alla vita quotidiana, che garantisca una via di fuga dalla opprimente e deludente società.

La sua riconoscibile peculiarità o, come egli stesso li definisce, i suoi “Volumi”, danno adito a molteplici interpretazioni. C’è chi ci ha voluto leggere un messaggio politico-sociale contro gli eccessi della società dei consumi ed in senso lato, il capitalismo statunitense. C’è invece chi crede, a ragion veduta, che le sue tele rappresentino una sorta di “purezza” dell’arte, scevra da ogni tipo di influenza estetica e prospettica, con campiture di colori piatte, affinché le ombre non “contaminino” le figure. La pienezza dei personaggi di Botero rimanda con il pensiero al fascino di quell’arte preistorica della Venere di Willendorf, ancestrale statuetta della prosperità femminile, che, sintetizzata nel connubio con la totale assenza psicologica nelle fattezze somatiche dei volti, crea un’atmosfera eterea senza nè luogo nè tempo, molto più simili ad un Piero della Francesca che ad un Michelangelo

Lo spazio occupato sulle tele dall’essere umano è totalmente irrealistico, sovradimensionato, come se Botero volesse rimarcare l’importanza e l’imponenza dell’uomo, rompendo i confini dello sfondo, aggiogandolo al nostro volere. Alcuni ci hanno voluto leggere anche una critica nei confronti del ruolo egemone dell’uomo nel mondo.  Le figure di Botero alimentano il dibattito estetico nel mondo dell’arte, riscuotendo però un successo clamoroso tra le masse, arrivando comprensibilmente al popolo come Banksy e pochi altri contemporanei riescono a fare.

È certamente il secondo abitante più famoso della colombiana Medellin, epico cartello della droga comandato nel secolo scorso da Pablo Escobar, a cui Botero dedicherà anche un suo dipinto.

È proprio a Medellin che, in occasione della Pasqua in concomitanza con il 90esimo genetliaco del grande maestro, il Museo di Antioquia ha dedicato una mostra onnicomprensiva di dipinti e sculture da lui realizzate nei vari soggiorni, compresa l’esperienza italiana, a Pietrasanta, provincia di Lucca, luogo da lui profondamente amato che ha contribuito ad aiutare donando una sua tela per sopperire alla disastrosa situazione COVID di questi anni. Il suo soggiorno in Italia, in particolare in Toscana, gli ha permesso di aggiungere al suo bagaglio pittorico-culturale l’esperienza dei grandi maestri del Rinascimento, La Mecca di pittori d’ogni tempo, e da sempre tappa imprescindibile del cursus honorum artistico. Probabilmente la dilatazione volumetrica delle figure umane risente dell’influenza rinascimentale, poiché reinserisce l’uomo non solo al centro del mondo, ma quasi in sovrapposizione ad esso. Era già evidente l’influenza quattro-cinquecentesca nei dipinti di Botero, quando aveva reinterpretato celebri dipinti come i coniugi Montefeltro di Piero della Francesca o la stessa Monna Lisa all’età di 12 anni, che si aggiungono al modello per eccellenza per quel che riguarda l’utilizzo del colore, Tiziano Vecellio.

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