“1926: Io c’ero” – La recensione

Enzo Garinei all’alba dei suoi 96 anni, ha voluto regalare ancora un po’ di sé al suo pubblico, e lo ha fatto scrivendo quello che lui stesso definisce un “libricino”: uno piccolo scrigno, ma con dentro lo spaccato di eccellenza dell’Italia dell’arte e della bellezza.

Il racconto del grande attore e doppiatore romano viaggia in tandem con la storia della penisola, un parallelo di vite: la giovane penisola e il giovane artista. Spazia dal bianco e nero del periodo fascista, agli anni post-bellici che tanto hanno tolto ma tanto hanno donato al cinema neorealista. Da quella spensieratezza degli anni 50-60 del boom economico, alle contestazioni giovanili, fino ad arrivare alla guerra contro un nemico invisibile, la guerra combattuta in laboratorio e in ospedale contro il Covid-19.

Tanti i decenni vissuti dalla voce di Dio in “Aggiungi un posto a tavola” (Regia di Pietro Garinei e Sandro Giovannini) segnati incessantemente dalla passione per il teatro, quella passione pura, quella alimentata dal sacro fuoco dell’arte, l’unica e sola che negli anni del neorealismo trasformava ogni posto in un laboratorio teatrale. Non è sfuggito a tale destino neanche la storica farmacia della famiglia Garinei, divenuta “cult” come punto di ritrovo al centro di Roma. Quel negozio aveva per così dire uno speziale per curare il corpo e anche uno speziale per curare la fantasia, l’arte, la socialità, quindi quel luogo divenne una sorta di vetrina, un teatro di umanità dal quale lui, come tutti i grandi del passato, ha preso spunti, idee e ispirazioni per i suoi lavori.

Nel libricino “1926 – Io c’ero”, l’autore, ci tiene a sottolineare l’importanza e il protagonismo del caratterista, spiegando innanzitutto le caratteristiche peculiari di tale attore e difendendo a spada tratta questo ruolo talvolta considerato di sola caricatura, come se fosse facile carpire le peculiarità di un uomo che poi grazie al talento di tale caratterista diventa personaggio. Dunque chiarisce che questa figura è ben più importante del primo attore o della prima attrice, associandolo metaforicamente al basso d’orchestra, che non si nota, ma senza il quale l’orchestra stessa risuonerebbe debole.

Oppure, aggiunge, lo si potrebbe paragonare a quel Tardelli che segnò un goal contro il Brasile ai Mondiali di Spagna ’82. Se non ci fossero giocatori come Tardelli non esisterebbero i grandi calciatori. E lo stesso principio vale per il caratterista, può fare ogni ruolo: vecchio, giovane, donna, viveur, clochard…

Il lettore è assolutamente rapito e trasportato da quella artistica sequenza di lettere che ben hanno impresso sulle pagine di un “libricino” la vita di chi ha fatto la storia della televisione e non solo. La lettura fluida è accompagnata da immagini eteree che sembrano narrate dalla sua voce calda. Garinei non dimentica un omaggio al suo maestro, il maestro di tutti, il “Principe” dei caratteristi, si legge quanto sia stata importante l’arte dell’improvvisazione insegnatagli da Totò al secolo, Antonio De Curtis Principe di Bisanzio.

In questa opera si ripercorrono 90 anni di memorie di un mostro sacro della settima e ottava arte. Parla di colleghi meravigliosi, più o meno bravi di lui, ma non importa, lui sottolinea il valore dell’amicizia, oggi raro in questo ambiente. Perché l’amicizia, per Garinei, è la cosa più bella che una persona deve avere o si spera abbia… addirittura più dell’amore perché un amore può finire, l’amicizia invece dura una vita intera, anche dopo la morte.

Concluderei con ciò che è emerso da una sua intervista, in cui si esprime proprio in merito all’amicizia: “Anche dopo, quando toccherà a me, da un certo posto continuerò a dare tanta amicizia a tutte le persone che continueranno a vivere”.

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