di Giorgia Leuratti

 

VOLEVO VEDERE IL MARE

Nessun ricordo di sé stesso bambino, un flusso intermittente, l’ombra sagomata di un velociraptor giocattolo; ha l’andamento di un viaggio esistenziale “Volevo vedere il mare”, monologo di Armando Quaranta in scena al Teatro Cometa Off di Roma fino allo scorso 13 Ottobre.

In principio un telo bianco: coltre verticale per ombre cinesi, nasconde la sagoma immobile di un uomo, si situa come unico elemento di un impianto scenico volutamente assente.

“Sapevo tutto dei dinosauri” – ecco che la voce fuoricampo di colpo invade il proscenio; solo allora la narrazione autobiografica costruita su associazioni inedite, voli pindarici, comicità surreali.

Se l’immaginario dell’infanzia lo illudeva di poter fare qualsiasi cosa, ora il trentenne pugliese si trova ad ansimare, spaesato di fronte ad un’esistenza che sembra intrappolarlo o respingerlo.

Non c’è più tempo per danzare sulle note dei “Neri per caso”: alla spensieratezza si sovrappone l’angoscia di vivere, di scegliere resistendo all’impulso di scappare.

Eppure nell’odissea di pensieri un evento si afferma come snodo di convergenza, è un colloquio andato a buon fine a trasformarsi in macigno catalizzatore per nuove paranoie.

Solo allora il proscenio si affolla di nuove presenze, simulacri dell’inconscio che in chiave ora comica, ora grottesca si affermano come prosopopee parlanti: rappresenta la sua coscienza l’onnipresente dinosauro, il senso di colpa ha le sembianze di un vecchio reduce di guerra, la sua frustrazione quella del brillante fantomatico Gianni Rondò.

“A me piace guidare la mattina” – nell’iterazione di formule il fu bambino pugliese persegue il proprio autoconvincimento ma il senso di angoscia rimane “un blocco di granito, un essere pensante” che neanche terapisti o sedute di yoga riescono a limare.

Focalizzando l’attenzione sulla problematica trasversale del sentirsi “larva” al cospetto di un mondo ostile e feroce, traslando le paure sulla scia faceta dell’aneddoto farsesco, lo spettacolo contribuisce alla creazione di quell’ilarità diffusa che può talvolta trasformarsi in catarsi: prendersi in giro per prendere in giro l’inadeguatezza che di tanto in tanto ci assale.