di Fabio Salvati

 

 

Il vuoto umano di una sala scommesse è l’ambientazione che accoglie – non dal palco, ma al piano platea- il pubblico di questa brillante pièce in scena al Teatro Lo Spazio.

L’arredo è sommario e sbeccato, come ci si immagina debba esserlo dentro uno di quei posti dove la gente va a giocarsi il tempo e la fortuna: due slot machine, uno schermo che incombe dall’alto, per le visioni delle gare di corse di cani virtuali (sì, esistono anche quelle…), una postazione microfonata dove una bella romena, (che romena non è, a interpretarla con inappuntabile credibilità è Patrizia Ciabatta) governa la cassa e le puntate, assolvendo di quando in quando all’ipocrita consegna legale di ammonire i presenti che “il gioco può creare dipendenza”. Sparsi in terra, come maledizioni di carta, i foglietti delle puntate degli avventori, stracciati dopo il puntuale rintocco di ogni perdita. E poi musica sparata a volume, e grida, e rumore, in nome della ben nota strategia alienante che certi luoghi/non luoghi sono soliti pretendere.

A ogni gioco si perde, con la sistematica e perfida scansione pensata proprio per creare, appunto, la dipendenza: ogni personaggio di questo desolante catino umano incassa la propria sconfitta alla rispettiva declinazione del proprio, personale match con la fortuna, non prima di aver coltivato fino all’ultimo istante l’illusione di una straordinaria vincita, buona a cambiargli la vita.

Così il disperato appassionato delle slot (Luca Paniconi), allinea -fino all’ultimo brivido di illusione- la filiera della sua rovina, laddove il tracciato sciancato e imperfetto della sua scommessa con la macchina rassomiglia così pericolosamente alla sua stessa vita, perduta tra il disprezzo di una moglie e l’incapacità di concepire un altrove che non sia l’orizzonte di una tentazione ludica. Mai sentimentale (nonostante le premure della bella romena).

I dediti alla video-lottery della corsa virtuale dei cani (Simone Pulcini e Italo Amerighi, rispettivamente Maranga e il Cicala) si accalcano vocianti nel corner sotto lo schermo, consumando risorse che non possiedono già più, e quindi girando a debito nuove sessioni di gioco, per placare quella precedente, persa, manco a dirlo, per un soffio cinico e baro della sorte.

 Il maturo professionista della scommessa calcistica soprannominato Bruco (uno straordinario Stefano Ambrogi) che non ha più niente da chiedere alla vita e al suo lavoro ipotecato, se non il viatico di una modesta via di fuga in quel di Antrodoco, orizzonte sospirato (e quasi a portata di mano, si capisce) che solo il jackpot  di risultati indovinati del “calcio femminile finlandese” potrà assicurargli (inutile aggiungere che una traversa o un gol annullato proprio all’ultimo gli negherà questa pur magra soddisfazione).

In questa sentina della compulsione ludica si infiltra di tutto, dal facoltoso giovane professionista (Daniele Locci) in cerca di una divagazione alternativa all’orizzonte già scritto per lui da un genitore disprezzato, al pericoloso criminale Tigre (Matteo Milani)che, nei panni di uno strozzino dall’accento campano, scandisce con le sue incursioni dentro la sala  il tempo non più dilazionabile di certi suoi recuperi di credito.

Ma nonostante questa apparente permeabilità, non c’è spazio per la vita di fuori dentro il perimetro della sala giochi: tutto si consuma al suo interno, proprio come si stesse in quell’aldilà livellatore, evocato dalla poesia recitata nel prologo di esordio.

 Il comparto attoriale è tutto di ottimo livello, ma una nota di merito a parte se l’è senza dubbio guadagnata la regia di Ariele Vincenti, capace di intuizioni e soluzioni coraggiose, come il dialogo incrociato tra i personaggi ciascuno al seguito della propria scommessa, che restituisce una sensazione da bolgia infernale, caotica e indisciplinata, di indubbio effetto drammatico.

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