Di nuovo al Costanzi, Davide Livermore porta in scena una Bohème fatta come l’avrebbe voluta Puccini, o quasi.
Dopo la Tosca dell’anniversario all’inizio del 2025 l’Opera di Roma apre un altro anno solare con Puccini, grazie a La Bohème, in scena dal 14 al 25 gennaio.

Foto di Fabrizio Sansoni – Opera di Roma
Assente da Roma dal 2021, lasciata un po’ in disparte anche durante il centenario della morte di Puccini, la storia di Mimì e Rodolfo è tornata al Costanzi con la regia di Davide Livermore. In mano a lui anche le scene, i costumi e le luci che hanno trasformato il teatro dell’Opera nella Parigi di fine Ottocento, compresa una neonata Tour Eiffel, grazie all’utilizzo del video design D-Wok.
Dopo l’Aida del 2023 Livermore utilizza così di nuovo, con sapienza, la tecnologia riuscendo a dare ancora più tridimensionalità alla scena.
Il grande schermo messo di traverso sul palco, questa moderna quinta su cui può scorrere qualsiasi cosa si desideri, è ora Parigi, ora l’inverno, ora la parete ricolma di quadri che sembra più un’aspirazione che il muro della soffitta dei giovani artisti, tele che riconnettono l’opera con la pittura, creando una combinazione d’arti che risulta sempre vincente.
Così come la tela di Marcello (Vittorio Prato), che pian piano si riempie grazie all’utilizzo dello schermo.
Una tecnologia che non invade l’opera ma l’accompagna, integrandosi a pieno in un allestimento che può metter d’accordo tutti, puristi e amanti dell’innovazione.
All’ambientazione ben curata si accompagna l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, guidata per l’occasione dal tocco del Maestro Jader Bignamini, ormai a suo completo agio con il repertorio Pucciniano, oltre al coro del MaestroCiro Visco e ai giovanissimi della scuola di canto corale. Un insieme che ha dato vita a un vivissimo secondo atto, sia per ricchezza musicale che per sensazioni visive, grazie anche al Parpignol di Yoosang Yoon.
Spicca in questo contesto l’utilizzo del color Tiffany per i pacchi di Musetta (Elisa Balbo), estremamente saturi, quasi esagerati. È così che facciamo la sua conoscenza, mentre è accompagnata da Alcindoro, un convincente Matteo Peirone a cui è stato affidato anche il ruolo di Benoît, per il quale si è dimostrato ancor più adatto.
Ma Musetta è così, diversa da Mimì (Maria Agresta) ma anche da tutte le altre donne e ragazze del suo tempo. E questa differenza la percepiamo bene grazia al canto di Elisa Balbo, ancor di più se raffrontato a quello della stessa Maria Agresta, la cui vocalità elegante ha permesso al pubblico di vivere assieme alla protagonista la sua vicenda, tanto semplice eppure tanto drammatica, dalla timidezza della prima entrata in scena alla debolezza mai vinta dall’aggravamento, sino all’epilogo.
Da un lato la tenerezza, dall’altro la forza di quella Musetta che vuol scegliere per sé, messa alla prova nel terzo atto contro Marcello (Vittorio Prato), che riesce a cambiare completamente quando deve mostrarsi geloso, dando prova di una capacità vocale e interpretativa che merita d’esser sottolineata.
Così come l’ottima performance di Francesco Demuro, uno struggente Rodolfo spaventato e sopraffatto dal dolore, in cui vivono più emozioni e sofferenze di quel che un essere umano potrebbe accettare. Proprio nella consapevole gestione di questo insieme emotivo Demuro spicca, capace di rendere e trasmettere l’angoscia, anche morale, di Rodolfo, diviso tra l’amore e la paura. Nel confronto con Marcello è chiaro chi sia l’uomo davvero geloso, quasi al limite del patologico nel trattar Musetta, e chi stia invece mentendo a sé stesso per primo, e il Rodolfo di Demuro è solo un uomo che si inventerebbe qualsiasi cosa pur di non soffrire.
Una sofferenza che penetra in tutti i protagonisti, chiamando alla prova del mutar d’animo anche Schaunard (Biagio Pizzuti) e Colline (Manuel Fuentes), la cui “Vecchia zimarra” è stata molto apprezzata dal pubblico del Costanzi.
Seconda opera della Stagione e prima del 2026, questa Bohème è riuscita ad unire a un cast che funziona una regia che ha usato la tecnologia per valorizzare la tradizione, creando di fatto un’opera moderna ma secondo canoni che Puccini stesso avrebbe apprezzato. Una scelta che ha premiato, anche davanti a un’opera che, volendo, si sarebbe potuta riproporre in chiave contemporanea senza snaturalizzarne il senso, essendo l’arte, la povertà, l’amore e la malattia un insieme di temi capaci sì di attraversare tempi e ambientazioni senza mai esser fuori luogo.
Davide Livermore ha invece scelto di “assecondare Puccini”, lasciarlo parlare per come avrebbe voluto, limitarsi solo a spingere più in alto la scenografia grazie a strumenti che il Maestro non poteva avere.

Foto di Fabrizio Sansoni – Opera di Roma
E in mezzo a tanti tentavi di aggiornare, riproporre, riscrivere, rileggere l’attenzione alle forme originarie ha, ancora una volta, valorizzato gli interpreti e soddisfatto il pubblico.
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La Boheme – Musica di Giacomo Puccini – Scene liriche in quattro quadri – Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa – da Scènes de la vie de bohème di Henri Murgere e Théodore Barrière – Scene, costumi, luci Davide Livermore – Maestro del Coro Ciro Visco -Video D-Wok – Personaggi e interpreti (Cast del 15 gennaio 2026) Maria Agresta (Mimì) – Francesco Demuro (Rodolfo) -Vittorio Prato (Marcello) – Biagio Pizzuti (Schaunard) – Manuel Fuentes (Colline) – Elisa Balbo (Musetta) – Matteo Peirone (Benoît/Alcindoro ) – Yoosang Yoon (Parpignol) – Antonio Taschini (Sergente dei doganieri) – Carlo Alberto Gioja – (Doganiere) – Micheal Alfonsi (Venditore ambulante) – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma – con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera (maestro Alberto de Sanctis – Allestimento Teatro dell’Opera di Roma in collaborazione con Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia – Teatro dell’Opera di Roma dal 14 al 25 gennaio 2026





