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Una migrazione al contrario: italiani in fuga nel mare dell’incertezza

Allo Spazio Diamante, “Scusate se non siamo morti in mare” di Emanuele Aldrovandi ribalta lo sguardo sul fenomeno migratorio

Entrando nella sala black dello Spazio Diamante si ha subito la sensazione di salire a bordo di una nave. I suoni del mare e dei gabbiani avvolgono la platea, preparando il pubblico a una traversata che sarà tanto fisica quanto emotiva. Al centro della scena campeggia una grande struttura arancione, chiusa e impenetrabile, simile all’ingresso di un carcere. Solo più tardi si rivelerà per ciò che è: un container.

Allo spegnersi delle luci compaiono alcuni uomini che camminano, a volte barcollanti come fossero su un’imbarcazione in balìa delle onde. Tra loro, uno scafista contratta il prezzo del viaggio con due uomini e una donna. Quando il container si apre, i tre salgono a bordo. La struttura ruota e lo spettatore può osservare ciò che accade al suo interno: una prigione galleggiante, una grande botte in mezzo al mare.

I personaggi sono europei, italiani, ognuno con la propria storia, forse vera, forse inventata. Non si fidano l’uno dell’altro, ma condividono la stessa incertezza. Nessuno sa dove stanno andando, né cosa troveranno alla fine del viaggio. La tensione scenica è costante, sospesa. I dialoghi oscillano tra scontro e complicità, tra paura e ironia. C’è chi pretende denaro, chi cerca semplicemente di sopravvivere.

Tra loro, uno scrittore: ingenuo ma sincero, vuole documentarsi sulla tratta per scrivere un romanzo e dare una svolta alla propria vita. Ma tutti, in fondo, cercano una svolta. Qui sta il ribaltamento più interessante dello spettacolo: non sono africani a tentare la traversata verso l’Europa, ma italiani in fuga dalla crisi economica, in cerca di una nuova speranza altrove. Un cambio di prospettiva che evita la retorica e costringe lo spettatore a guardare la migrazione da un’angolazione diversa.

La scenografia diventa elemento drammaturgico centrale. Il container ruota, si ferma obliquamente, si apre e si richiude, scandendo il tempo e creando continue variazioni dello spazio scenico. Questa visione, a volte laterale, altre frontale, suggerisce anche una riflessione sullo sguardo parziale con cui spesso osserviamo il fenomeno migratorio.

Non c’è nello spettacolo un richiamo diretto alla grande emigrazione italiana del primo Novecento, ma è difficile, per lo spettatore, non avvertirne un’eco. Il ribaltamento prospettico, italiani costretti a partire, attiva inevitabilmente una memoria storica che appartiene al nostro Paese. La migrazione si rivela così non come un’emergenza distante, ma come un fenomeno umano, ciclico, che può riguardare chiunque.

Emblematica, in questo senso, è la scena dell’incontro con una migrazione di balene: animali in movimento, alla ricerca di luoghi dove poter sopravvivere. Una metafora potente e silenziosa, che sottrae il tema alla retorica e lo riconduce a una dimensione primordiale, quasi naturale.

I quattro personaggi, privi di nome ma ben riconoscibili nei loro ruoli, incarnano le diverse sfaccettature della disperazione e della speranza. Lo scafista restituisce tutta la crudeltà e il cinismo del suo mestiere, ma lascia intravedere anche la solitudine di un’esistenza senza redenzione. Lo scrittore, con la sua ingenuità, introduce momenti di ironia che alleggeriscono la tensione, senza mai negare la drammaticità della situazione.

Il movimento del container, insieme ai suoni di fondo, sostiene costantemente la tensione. Nel finale, alla vista delle balene, le pareti si sollevano e oscillano lentamente, mentre le luci pulsano come respiri, come onde leggere o come le creature vive che attraversano il mare.

Lo spettacolo è coinvolgente, dinamico, a tratti ironico e spesso crudele. Resta, alla fine, una domanda: cosa significa davvero essere emigrati? Un tema che riguarda il nostro passato, il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro.

Alcuni intermezzi coreografici, durante le scene, spezzano la continuità drammatica e possono risultare dissonanti, ma suggeriscono una dimensione di follia che attraversa l’intera vicenda. Perché, in fondo, l’idea stessa che uno scafista viva sfruttando la disperazione altrui ha qualcosa di profondamente assurdo, quasi delirante.

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Scusate se non siamo morti in mare – testo e regia Emanuele Aldrovandi – aiuto regia Bianca Giardina – con Tomas Leardini, Luca Mammoli, Sara Manzoni, Debora Zuin ,Vincenzo Di Giovanni – scene Francesco Fassone – ambiente sonoro Riccardo Tesorini – produzione Autori Vivi e Teatro stabile di Torino – Spazio Diamante 11-15 febbraio 2026 Roma

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