Intervista a Rosario Tronnolone, regista di “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”, in scena a metà ottobre al Teatro di Documenti di Roma.
Dal 13 al 18 ottobre 2026, al Teatro di Documenti di Roma, va in scena Lungo viaggio di un giorno verso la notte, capolavoro del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill. Scritto nel 1941 e pubblicato postumo, il testo è considerato una delle opere più intense e autobiografiche dell’autore e nel 1957 è stato insignito del Premio Pulitzer per la drammaturgia.
La pièce attraversa una sola giornata nella vita di una famiglia, trasformando un tempo apparentemente ordinario in una lenta discesa verso ciò che ciascuno tenta di nascondere. Dalla leggerezza del dopo colazione, il clima si incrina progressivamente: emergono le tensioni del pomeriggio, i confronti dolorosi della sera e, infine, il buio della notte, che diventa anche oscurità della mente.
È un viaggio nelle fragilità, nelle dipendenze, nei rancori e nei legami più profondi di una famiglia che, nel tentativo di proteggersi dalle proprie ferite, finisce inevitabilmente per esporle. E proprio nel dolore, nelle accuse e nelle reciproche debolezze affiora la forza di un legame da cui nessuno riesce davvero a liberarsi.
Ne parliamo con Rosario Tronnolone, regista dello spettacolo, interpretato da Evelina Nazzari, Marco Bellizi, Luca Manneschi ed Edoardo Trentini.
Lungo viaggio di un giorno verso la notte di Eugene O’Neill è ambientato in una casa affacciata sul mare. Dopo La donna del mare, l’acqua torna dunque a essere una presenza importante nel tuo percorso teatrale. È una coincidenza oppure senti che il mare, con la sua forza evocativa e simbolica, eserciti su di te e sul tuo teatro un’attrazione particolare?
Grazie di questa domanda: prima ancora di La donna del mare avevo portato in scena uno spettacolo intitolato Vista mare e, qualche anno fa, avevo lavorato anche su Lighea di Tomasi di Lampedusa, racconto incentrato sulla storia d’amore tra un uomo e una sirena. Quindi sì, decisamente: il mare mi affascina profondamente e finisce per influenzare, anche inconsciamente, le mie scelte artistiche.
È una pièce che si consuma quasi interamente dentro le mura di una casa e nell’arco di una sola giornata. Uno spazio apparentemente protetto che, però, diventa progressivamente una trappola. Come hai lavorato, da regista, su questa dimensione claustrofobica e sul senso di soffocamento che attraversa la famiglia?
Quando Carla Ceravolo, la direttrice del Teatro di Documenti, mi ha proposto di utilizzare la sala sottostante quella principale, ho immediatamente intuito che la sala stessa avrebbe suggerito la dimensione claustrofobica che il testo richiede. Soprattutto mi consente di usare la scalinata che da quella sala parte per accedere al piano superiore per fornire un ulteriore elemento di suggestione in una dimensione verticale: la presenza incombente del personaggio della madre che si rifugia nella sua nebbia mentale e non si limita ad uscire di scena da una quinta. Faccio spesso muovere i quattro personaggi in circolo intorno ad un tavolo accanto al quale ci sono solo tre sedie per dare l’idea di qualcuno che si senta di troppo, in quella casa, in quella famiglia, nella vita stessa. L’unica possibilità di fuga sembrano essere le due grandi finestre sullo sfondo, contro cui però si staglia prima un muro di nebbia e poi il buio.
O’Neill scava senza pietà nelle dinamiche familiari e nei rapporti tra genitori e figli. Sappiamo che il testo ha una fortissima componente autobiografica. Quanto è importante, per te, conoscere la storia personale dell’autore per entrare davvero nelle ferite di questa famiglia?
Qualche anno fa, quando ho cominciato a pensare di mettere in scena questo testo, sono andato a visitare la Tao House nei pressi di San Francisco, dove Eugene O’Neill ha scritto il “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”. Ho visto lo studio nel quale si rinchiudeva al mattino e dal quale usciva affranto, a sera, dopo aver scritto “con le lacrime e con il sangue” queste parole. È importante e affascinante conoscere le vicende della vita di un autore, perché questo permette di avvicinarsi ad un altro essere umano e provare a capire la necessità che lo ha spinto a scrivere, ma è altrettanto vero che il valore di un grande autore come O’Neill consiste nel superare il mero autobiografismo e nel creare un’opera universale sui rapporti familiari, sulle ferite che ciascuno porta dentro, sul bisogno di contatto umano, di amore e di perdono.
I quattro protagonisti sono persone che si amano profondamente e, allo stesso tempo, sembrano incapaci di non ferirsi. Sono uomini e donne affamati d’amore, alla ricerca di un riconoscimento che non arriva mai. È forse proprio questa fame d’amore, prima ancora delle loro dipendenze e dei loro conflitti, il punto in cui lo spettatore si riconosce maggiormente?
Indubbiamente sì. I personaggi di per sé sono abbastanza originali: la famiglia è composta di due attori, uno scrittore e una madre morfinomane; apparentemente non un nucleo familiare nel quale molti possano riconoscersi. Ma la fame d’amore, i ricordi che ancora feriscono, il bisogno di essere visti e toccati, sono sentimenti ed esigenze di cui tutti abbiamo fatto esperienza.
Nel testo emerge con forza anche il tema della dipendenza. La morfina di Mary non è soltanto una sostanza da cui liberarsi, ma sembra diventare una fuga dal dolore, dalla memoria e persino da se stessa. Cosa ti interessa raccontare, attraverso la sua dipendenza, della fragilità dell’essere umano e, soprattutto, dell’uomo contemporaneo?
Non c’è niente di più imprigionante della fuga dalla realtà, che sia in una dipendenza da una droga o dall’alcol, che sia in amori consumati senza coinvolgimento, che sia in un eccesso di lavoro e di ambizione. L’essere umano contemporaneo soffre di questa costante fuga da sé e di un ripiegamento narcisistico su sé stesso. Dimentichiamo di guardare gli altri e di farci guardare veramente, per paura che qualcuno, prima o poi, ci veda. Eppure, in fondo, non desideriamo altro.
Perché oggi, a distanza di quasi un secolo dalla sua scrittura, Lungo viaggio di un giorno verso la notte continua a parlarci con una tale forza? Quali aspetti dell’animo umano riesce O’Neill a mettere a nudo, al punto da risultarci ancora così familiari e riconoscibili?
O’Neill ha guardato con estrema sincerità nel fondo della propria anima, e proprio per questo ci permette di fare lo stesso. Attraverso i suoi personaggi, ci mette davanti alle nostre fragilità, alle nostre paure, alla disperazione che spesso non riusciamo a esprimere. Come tutti i grandi autori di teatro, dà voce a ciò che non sappiamo dire e trasforma il bisogno di perdono in una domanda profondamente umana.





