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Tra dialettica ed oratorio sacro, il fantasma di Pasolini

Un viaggio poetico tra conflitto generazionale, solitudine e ricerca di senso

Il testo che ha debuttato al Basilica grazie alla viva lettura scenica operatane da Massimo Verdastro si inserisce in un lavoro che da tempo va operando l’autrice, Desiré Massaroni, sulla figura di Pasolini, per vagliarne eredità e vitalità. Una vitalità controversa, ma che sicuramente ha a che fare con la ormai universalmente dichiarata orfanitudine del paterno nella società contemporanea.

Così del resto si esprimeva, qualche anno fa, in un articolo su Pasolini – Appunti sulla funzione dell’intellettuale in Pasolini (L’age d’or, 6 marzo 2022 ).

“ […] Pasolini […] incarna nell’inconscio collettivo anche delle nuove generazioni una funzione paterna, il ruolo di un punto di riferimento oggi assente e che getta in una condizione di orfananza o di autarchia. La molteplice presenza del Padre è a sua volta vissuta in maniera ambigua da Pasolini; il padre come rottura del desiderio (il padre biologico di Pasolini), il padre come carnefice (Affabulazione), ma anche il padre ‘come’ figlio (Orgia), il padre-istituzione (il PCI, la Chiesa Cattolica), il padre-Logos (Gramsci per Pasolini e Pasolini stesso ovvero colui che dona la parola ai giovani), Pasolini come Figlio non ‘riconosciuto’, Pasolini padre e figlio assieme (Poesia in forma di rosa).

Un’idea che trovava una sua prima espressione scenica nel suo testo Un Edipo di meno (Roma, Teatro Argot, 2022), dove la polemica sui padri infantili usciti dal sessantotto si articolava nel conflitto di un maschio immaturo sia con l’amante sia con il figlio, entrambi orfani in lui di quel confronto relazionale che fa crescere.

Ed ecco tornare in questo nuovo testo lo stesso tema

Mi tengono a freno nel voler che io sia contro di essi o con essi, questi Padri bifronti, bizzarri, scolorati, che mi chiedono di abbandonare la mia vitalità di essere nel mondo. Questi Padri che, senza il mio volere, hanno scelto di essere le mie vittime…stendendosi tremanti e piangenti ai miei piedi…ma con un pianto strano, non di dolore…ma di passione…questi Padri vogliono il mio odore… Ah, non lo capisco, tu sai dirmi Pasolini perché? E perché questo mi turba, mi angoscia, mi rende scontroso, contro di me? 

Così si lamenta nel testo la voce di un anonimo ragazzo di oggi , parlando dei padri e degli educatori (comunque figure paterne). Bizzarri, bifronti, tremanti ai suoi piedi (cioè che vogliono essere accettati e amati), ma che anche giudicanti, che lo vedono come non conforme, confuso, e lo fanno sentire figlio mai desiderato, e sempre fallito. Padri vuoto a perdere, senza resistenza nella differenza. Inutili termini di non confronto.

Il ragazzo dovrebbe essere la voce più polemica verso un Pasolini che non parla più alle nuove generazioni, padre barrato. Mi sono ucciso tutto il giorno – dice – e non se n’è accorto nessuno. Ho il vuoto dentro di me, e mi dici di cantare. La religione del mio tempo ? (alludendo al famoso titolo)… incalza polemico … Che vivere è morire!

Ma Massaroni cede. Non regge a lungo il contrasto dialettico. Cede all’amore per il suo oggetto. E con lei il ruolo attanziale del giovane oppositore, come la neve al sol si disigilla. E così

“… cos’è quella vita che ti rende pazzo e ti fa dire che sei come me: un ragazzo? […] non capisco le tue parole. Sento solo la tua voce. E non so il perché, ma mentre ti sento ogni offesa della mia vita, che ha deformato la mia faccia, svanisce nel tenero sole della tua grazia… E non voglio morire perché è tuo questo nostro aprile…”

Del resto il titolo della pièce lo preannunciava. Pasolini padre-figlio, è il sacerdote del mito dell’eterna primavera dell’essere, della sacra sorgività della vita, come giovinezza e natura, russoviana ricerca del buono primigenio, a costo di chiudere gli occhi. 

Ma soprattutto è per i giovani, ascolto e sguardo sul tormento, accettazione, voglia di vederli essere.

Un padre severo che sprona, e che, in quanto figlio senza padre, capisce. Figlio che si fa Cristo. Non importa allora quale sia il messaggio nelle sue pieghe ideologiche, spesso contestabili. Il messaggio è la postura, la sua offerta sacrificale all’intensità della ricerca.

L’idea del testo del resto poggia su una vagamente onirica idea di resurrezione di Pasolini ai giorni nostri, un Pasolini spaesato che non capirebbe dove si trova, e che rifiutato ed estraneo, si troverebbe senza i codici per capire. Potrebbe assurgere all’intensità del santo inquisitore dostoevskiano, che il Cristo lo imprigiona. E dove il Cristo vince col silenzio. 

Qui però la struttura teatralmente è esile. Non convince il Pasolini che insiste a vedere un campo di calcio dove ora è asfalto e traffico, e poco convincente è il primo incontro – un rider indiano irritato da un Pasolini visto come ostacolo. Un indiano che parla come un negro da fumetto (io andare, io essere, io volere), e che dopo avere espresso la propria rabbia di sfruttato, si lascai sedurre all’idea di essere salvato da Pasolini come attore di un suo film poetico.

Ma è solo un modo per iniziare a carburare, in un testo che è sostanzialmente un aspirante poema per voci, dove le opposizioni dialettiche (interessante la personificazione in voce off del potere), servono solo da sfondo di contrasto ad un progressivo trionfo in luce del Pasolini d’amore.

Così, il potere sfotte Pasolini. Ha perso. Il potere dolcemente ha divorato tutto. Il suo marxismo cristiano è anacronistico ed inadeguato. La profezia pasoliniana si è avverata (non sei contento?), e nessuno più lo cerca e lo sa ascoltare. Il potere è tutto e il contrario di tutto, e perciò invisibile. 

Anche qui. Massaroni potrebbe continuare su crudeltà e pessimismo. Ma essere pasoliniana è più forte di lei. E’ la sua poesia. Quindi il potere smette di essere ironico. Si fa freddo e rabbioso. Poiché insisti a guardarmi, ti ucciderò di nuovo.

Una morte è l’occasione della santificazione e della resurrezione.

Ed ecco che le voci dei giovani lo rimpiangono, e piangono la solitudine. Ed ecco che lui risorge, e predica l’immortalità della propria parola e della parola poetica. Nulla muore mai. Le mie parole non passeranno.

“Allora vi dico che oggi il Potere è morto, divorato da se stesso. Alzatevi e camminate sulla strada del cambiamento. Dove non c’è più cemento, né inquinamento.

Nella sua parola il potere perde, e vince la natura, in una modernizzata ed ecologistica palingenesi francescana da Cantico delle creature

Il clima si è calmato. Non come un dio furibondo, ma come una creatura che urlava, disgraziata di paura, ferita dall’uomo, e che ora invece ha un sorriso antico che non conosce siccità, inondazioni, perché è nel mito. E ogni animale che è stato ucciso è con me risorto in questa luce naturale che fa brillare il loro pelo, e gli occhi screziati. 

E Pasolini redivivo, incarnato da un Massimo Verdastro che, cristico ed estatico, a braccia aperte, guarda all’infinito, avanza, e dichiara di lasciare al mondo in eredità la repubblica della poesia.

Sì perché questa è la postura di questo testo – poetica più che teatrale (un oratorio sacro) – e, come dicevamo la postura pasoliniana e la sua eredità. La volontà di sacralità poetica, di inno alla vita.

Un oratorio di voci che Verdastro anima da par suo, in una infinità di sapienti modulazioni tonali, sempre a crescere.

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Pasolini. È tuo questo nostro aprile – Drammaturgia, Desirée Massaroni – Lettura scenica, Massimo Verdastro, Introduzione critica, Attilio Scarpellini – Teatro Basilica di Roma- Giovedì 26 febbraio 2026

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