di Giorgia Leuratti

 

Un uomo steso a terra; nell’udire un gemito sobbalza, frastornato barcolla, deambula incerto sulla scena; scarpe, bottiglie, resti dispersi di una sbornia, sono gli unici oggetti che abitano lo spazio in “Toni” di Paolo Zuccari in scena al Teatro Argot Studio di Roma a partire dal 3 Marzo: è una storia di voci, voci che accorano la mente, che si materializzano e si declinano nella presenza di un unico personaggio.

Non so più come sono se prendo le medicine” – in continua e violenta oscillazione tra l’acquisizione di farmaci e quella di alcool, Guido si lascia andare ad un monologo convulso dove labili appaiono i confini tra lucidità e allucinazione; sembra convivano in lui due personaggi, due voci, due visioni distorte di una realtà ancora annebbiata.

Il ronzio di un citofono, l’imminente arrivo di un dottore, il fragore di una risata che echeggia nel vuoto per poi esaurirsi e sfumare; sostiene: “Non sono paranoico”, quand’ecco il trillo del telefono annuncia la morte di un uomo, aggiunge un frammento di verità ad una realtà forse ancora alterata: cos’è accaduto la sera prima?

Mentre il tarlo del dubbio s’insinua nella mente del protagonista minacciando di corroderne la coscienza, ecco che la scena muta luogo paracadutandolo nello spazio altrettanto asettico di un interrogatorio: tutto sembra volgere verso la sua colpevolezza.

Articolandosi nell’ossessivo dualismo di realtà parallele, in un contesto ove ogni indizio sembra rafforzare sé stesso nella negazione di un altro termine di paragone, la storia si distacca dalla realtà rappresentata per ricercare i suoi appigli in episodi passati e taciuti: se la figura della sorella si afferma nell’ambiguità di un ruolo che la vede ora soccorritrice, ora motore di un sabotaggio; simulacri sembrano invece il minaccioso dottore e la fatiscente Laura, oggetto di un desiderio tanto vago quanto bramoso.

Nel riconoscimento della sorprendente abilità del protagonista, capace di farsi carico di un ruolo multiforme, di materializzare vocalmente la presenza di altri immaginari personaggi, di descriverne i caratteri (col supporto di Antonella Attili), attraverso la sola variazione di timbro; ci predisponiamo all’ascolto di una vicenda le cui connessioni risultano però non del tutto indagate: il sovraffollamento delle dinamiche rappresentate, motivato dal dispiegarsi della narrazione su un piano diacronico assai ampio, conduce la vicenda a procedere su di un fraseggio ora più ora meno fluido.

Ad adiuvare il calarsi di Zuccari nel repentino passaggio di ruoli, sono i grandi pannelli neri, adottati come precisa scelta scenografica (Francesco Ghisu) che permettono insieme al gioco di luci (Paride Donatelli) di mostrare di volta in volta solo un frammento della realtà rappresentata, contribuendo così allo sviluppo ermetico del racconto.

 

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