di Paola Tiriticco 

 

Il 9 febbraio si terrà a Los Angeles la notte degli Oscar. E’ tempo quindi di cominciare a fare il punto sui film candidati, almeno i più importanti, per poter poi partecipare alle discussioni ed ai dibattiti.

Quando dopo 3 ore e mezzo di film scorrono i titoli di coda e ci si ritrova ad amare il cinema come non mai, ad ammirarne l’arte e tutte le più svariate professionalità, allora non può che trattarsi di “The Irishman”.

10 candidature ai prossimi Oscar, tra le altre: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, migliore fotografia, migliore attore non protagonista.

Scorsese ci incanta con la sua abilità, con una professionalità completa e con il suo essere padrone della macchina da presa, a cominciare dal piano sequenza dell’inizio con la voce fuori campo che ci prende per mano e ci guida fino a De Niro.  Una vera lezione di cinema.

I temi e i tempi sono quelli più cari a Scorsese che si è concesso di circondarsi dei migliori professionisti, che sono anche i suoi amici, e che già avevano lavorato per lui ottenendo spesso anche l’Oscar.

Cominciamo dalla sceneggiatura, firmata da Steven Zaillian, già premio Oscar per il bellissimo script di Schindler’s List, e che aveva scritto con Scorsese Gangs of New York. Poi ovviamente De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Hervey Keitel , solo per citare i più noti.

Il film racconta la storia di Frank Sheeran, l’irlandese del titolo, e del suo mondo già in decadenza, un mondo legato a doppio filo con la politica, con la mafia italiana e con la storia mai chiarita dell’omicidio di Jimmy Hoffa, potentissimo capo del sindacato.

Inizialmente il budget previsto per il film era di 100 milioni di dollari, ma il costo è lievitato fino a 140 milioni a causa degli effetti speciali usati per ringiovanire di diversi anni gli attori. Ad utilizzare queste nuove tecnologie, ampiamente sperimentate in Star Wars, è stata chiamata la “Industrial Light & Magic” e a sostenere tali costi un colosso come Netflix.

Fin qui i dati tecnici ed una sequenza di informazioni, ma la magia del film è profonda e ricca di sfaccettature. I tre protagonisti principali risultano credibili grazie ad una recitazione ricca di sfumature, condividono un destino che sembra ineluttabile, un fato che deve compiersi e portare a termine la sua parabola. Il vecchio Jo Pesci ripete infatti, come un mantra, per tutto il film: “It is what it is”.

I dubbi, i sentimenti ed i rimorsi non trovano posto in questi personaggi ed anche un eventuale perdono viene lasciato alle figure femminili, tra le quali spicca Anna Paquin, Oscar a soli 11 anni per Lezioni di piano, qui nei panni della figlia di Sheeran, unico personaggio con uno sguardo severo e morale, quasi una figura da tragedia greca, che si sfila ma non si oppone mai apertamente a questo mondo.

Quelli che sono i temi tipici dei film di Scorsese trovano qui una pacatezza diversa, quella dell’età. L’età del regista e degli attori che sono stanchi e legnosi anche quando ringiovaniscono di 30 anni. Scorsese lo sa e ci gioca, per colorare tutto di malinconia e di morte. Non indugia più sulle scene degli omicidi, i cadaveri non vengono più mostrati, ma la morte aleggia ovunque, anche sotto forma dell’oblio, quello, per esempio, di una giovane infermiera che non sa più chi fosse Jimmy Hoffa.

Insomma Scorsese si è preso il suo tempo per dipingere un mondo che conosce bene senza curarsi dei tempi canonici di un film, ha chiamato i migliori professionisti e ha sfoderato tutto il suo mestiere e tutto il suo talento. 

Il risultato è un film corale, dove la vicenda di Jymmy Hoffa e della mafia politica fa quasi da sfondo rispetto al racconto di un mondo che non c’è più ed alle riflessioni sull’ineluttabilità della vita e della vecchiaia.

I titoli di coda ci colgono quasi impreparati e quel mondo con la sua malinconia ci rimarrà addosso per molto tempo.

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