di Sofia Chiappini

Attraverso un muro trasparente ascoltiamo la storia di un tennista sentimentale e perennemente insoddisfatto, di una partita finita soltanto a metà, in cui amore e odio s’intrecciano inspiegabilmente.

Un silenzio straniante aleggia in platea, laddove più nessuno può spiare dall’esterno il dialogo segreto che avviene tra attore e pubblico: questa è la cifra del teatro immersivo. Grazie a questo prologo di stagione, il Teatro Quirino si conferma sempre di più come un luogo unico in cui scoprire, tra le mura della tradizione, un modo sperimentale e sorprendente di fare teatro. Già con lo spettacolo di apertura, Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa, si era scorto il germe di questa innovazione, che, tuttavia, diventa eminentemente tecnologica con “Il muro trasparente. Delirio di un tennista sentimentale”. In questo spettacolo, che racconta la storia di un tennista sentimentale e perennemente insoddisfatto, l’avanzamento tecnologico e la ricerca teatrale avanzano all’unisono e in maniera preponderante all’interno degli stessi meccanismi di fruizione.

Un vero e proprio muro trasparente separa la platea dal palco, trasformando il Quirino in un suggestivo campo da tennis.

Tradimenti e dubbi ossessivi alimentano il monologo interiore del tennista Max, a cui l’instancabile Paolo Valerio dà corpo e la cui voce suadente, ruvida e calda ci intriga e avvolge per quasi un’ora. La chioma folta, insieme alla raucedine e a quel pizzico di follia, causato dalla dipendenza consolidata da adrenalina, sovvertono molti degli stereotipi che ci siamo creati riguardo ai tennisti. Li abbiamo conosciuti e amati nel tempo grazie al loro modo di essere competitivi, benestanti, infaticabili e tanto perfezionisti da avere un aspetto ineccepibile anche a partita finita, per questo ora non rimane che chiedersi: cosa si nasconde dietro il loro fare da veri gentlemen in divisa?

Un miscuglio di passioni roventi e insensate alimentano questo atleta, che forse non a caso s’innamora perdutamente di una donna dei Gemelli, Giulia, catapultandoci in atmosfere decadenti e litigi furiosi, simili a quelle che ritroviamo nei romanzi di Bukowski e David Foster Wallace.

Comprendiamo così, che per costruire un teatro immersivo, prima ancora di cuffie e sistemi audio all’avanguardia, sono necessarie emozioni forti e storie d’impatto. Illusioni strabilianti e colpi di scena, tipici del teatro di fine Ottocento, cedono il passo all’intrusione tecnologica, che penetra fin nel cuore della finzione scenica, lasciando lo spettatore in un stato di allucinato sbigottimento. E, nondimeno, la pericolosa deriva tecnica è subito arginata, mediante un’interazione diretta, genuina e onesta come è l’interprete di questo spettacolo.

Dietro questo muro trasparente che è la maschera della finzione, ben oltre la quarta parete fisica che campeggia al centro del palco, si dischiude davanti ai nostri occhi un vissuto doloroso.

Una malinconia che esplode a partita finita, in quel momento in cui l’adrenalina della competizione sta già svanendo, in cui persino lo spettatore più pigro può riconoscersi. È il sentimento che ci accompagna quando un’illusione, che fino a quel momento percepivamo come profondamente radicata in noi, si infrange. Al centro della storia di Max ritroviamo l’idea di poter cambiare se stessi, in cui l’avversario è il nostro stesso io, in una partita mai finita, che solo l’altro, dopotutto, può interrompere.

IL MURO TRASPARENTE
delirio di un tennista sentimentale

19.20.21 ottobre

  • con Paolo Valerio
  • a cura di Monica Codena, Marco Ongaro e Paolo Valerio
  • scena Antonio Panzuto
  • progetto fonico Nicola Fasoli
  • fonica Carlo Turetta, Borut Vidau
  • disegno luci Marco Spagnolli
  • luci Davide Comuzzi, Alessandro Macorigh
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