di Tonino Pinto*

 

 

I versi assai espressivi che cantava Bob Marley in quella bella canzone “No woman, no cry”(no donna, non piangere)  o quelli di “Femmena”, una delle più’ belle composizioni dedicata alle donne da Pino Daniele che nel suo refrain canta “Riest’accusì, my baby”, potrebbero essere dedicate anche ad una donna davvero speciale, una delle donne che negli anni settanta fino ad oggi hanno legato il proprio nome alla storia. Quarta Parete rende omaggio con questa memoria a Rigoberta Menchú una guatemalteca pacifista, coraggiosa e determinata che nel 1992 ha ricevuto dall’ Accademia Svedese il Premio Nobel per la pace in riconoscimento dei suoi sforzi a favore del popolo guatemalteco, ma anche di tutti quei popoli, umiliati da vergognose dittature, per la riconciliazione etnoculturale basata sul rispetto per i diritti delle donne e delle popolazioni indigene. Scrive di lei Gianni Minà nel suo recente libro biografico “Storia di un boxeur latino”; in America Latina ,per la storia stessa del continente, ci sono figure che  Papà Bergoglio definirebbe  profetiche e che per queste caratteristiche spiegano e rappresentano da sole l’attuale  riscatto sociale  di quelle terre ancora saccheggiate, a non più completamente in balia delle nazioni occidentali”. Una di quelle voci profetiche è senz’altro quella di Rigoberta Menchú, indigena maya del Dipartimento di El Quiché, per gli spietati militari guatemaltechi (scrive Gianni Mina’) il Premio Nobel a una indigena era stato un durissimo colpo.” Infatti, l’allora Presidente Jorge Serrano l’aveva ricevuta al suo ritorno dopo dodici anni di esilio con cortese freddezza. Rigoberta Menchù e’ stata spesso in Italia ospite nel 1993 a Modena della festa dell’Unità’ per lanciare “Guatemala: nunca más” uno dei suoi ultimi libri. Una vita difficile quella di questa piccola grande donna cominciata all’età’ di cinque anni come migrante e bracciante agricola, lavorando in condizioni disperanti che causarono la morte dei suoi fratelli.

Da adulta poi si unì in azioni contro la dittatura militare e contro gli abusi dei diritti umani, fino a quando nel 1979 divenne uno dei motori di lotta del Comitato di unità’ contadina. Nel 1981, braccata dai militari, fuggì all’estero in esilio, accolta dall’Onu come militante per la protezione delle minoranze per i diritti umani e nel 1991 diviene anche Ambasciatrice dell’ONU prendendo parte alla stesura delle Nazioni Unite di una Dichiarazione a favore dei diritti dei popoli indigeni. Tornando in Messico per lavorare al cambiamento sociale del suo Paese. La sua candidatura al Nobel è stata fortemente appoggiata  da un Comitato promotore italiano che raccolse l’adesione di 131 parlamentari, 151 docenti universitari, 5 parlamentari Europei e del Senato Accademico  nonché’ della Facoltà’ di scienze  politiche dell’Università di Torino. Una volta andai per la Rai a Città del Messico per intervistare il premio Nobel della letteratura Octavio Paz, ex comunista militante, e gli chiesi in occasione dei cinquecento anni dalla scoperta delle Americhe se quella fu una scoperta o una conquista. Rimase per un attimo in silenzio seduto dietro la sua bella scrivania davanti ad una stupefacente libreria e mi rispose: ”Si,fu un po’ anche una conquista”. Uomini e donne ancora oggi in America Latina mi disse un giorno Luis Sepulveda “devono ancora lottare per la libertà’”. Come Rigoberta Menchú che nel 1999 cercò di far condannare e processare in un tribunale spagnolo l’ex dittatore militare Efraín Ríos Montt  per crimini  commessi  contro  cittadini  compreso il genocidio  contro  la popolazione  Maya del Guatemala.

A Cartagena des indias  in Colombia la città sul mare dei Caraibi, fortezza militare dei conquistadores spagnoli che derubavano l’oro degli Indios per arricchire la regina e la Spagna e i pirati che derubavano i galeoni per arricchire se stessi e la corona inglese, in quella Cartagena oggi patrimonio dell’Unesco, città’ cara al Nobel Garcia Marquez ,intervistai  il il Padre priore dei Gesuiti gli chiesi  ancora se la scoperta delle Americhe fu soprattutto una conquista anche da parte della chiesa,  ricordandogli che a due passi nella vicina piazza Bolivar, i turisti visitano le carceri nello storico palazzo dell’Inquisizione dove gli indios venivano torturati e mi rispose con onestà che quel magnifico film “Mission” con Robert De Niro diceva la verità’,  “si quella non fu solo una scoperta”. Oggi tutti i Paesi del gruppo andino e non solo dalla Colombia al Guatemala, dal Perù’ al Cile dove fu ucciso dai militari il presidente Alliende fino  all’Argentina dei desaparecidos e alla Cuba che Fidel Castro ed il Che Guevara tolsero alla dittatura di Fulgencio Batista, quei popoli fatte poche eccezioni peraltro discutibili come il Venezuela di Maduro ed il Brasile di Cardoso  che sbandierano finte democrazie, ancora oggi in America latina, come dice la Menchú il popolo lotta per la libertà. ”Una volta” dichiarò,  “io cristiana e credente fui accusata  di essere simpatizzante comunista, poi quando il comunismo si dissolse, l’accusa fu quella  di essere vicina alla guerriglia”. “La tecnica” concluse Rigoberta sorridendo a Gianni Minà “è che i militari di casa mia usano la stessa tecnica delle mafie, quando non è possibile eliminare gli avversari, bisogna tentare di screditarli e io fui accusata di voler usare la politica per diventare Presidente del Guatemala”. E infatti anche la coraggiosa Rigoberta Menchú, sbagliò perché finì per candidarsi ma non fu eletta. “No woman no cry” cantava Bob Marley “Basta aspettare” come scrive il bravo Minà, che di cose latino-americane ne sa una più del diavolo, basta aspettare e non farsi ingannare dalla politica. Quella donna, Rigoberta Menchú è ancora viva.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume

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