di Edoardo Vezzi

 

Squid Gamediventerà il prodotto Netflix più visto di sempre. Un record sicuramente inaspettato. Hwang Dong-hyuk, sceneggiatore e regista di tutti gli episodi, ha infatti dovuto aspettare più di dieci anni che il suo progetto prendesse forma visiva. Nessun produttore aveva avuto il coraggio di far nascere un’opera – in origine doveva essere un film – considerata troppo grottesca, esagerata e splatter. L’ha fatto Netflix e ora il mondo non parla d’altro.

 

La trama di “Squid Game”

Il ludopatico Seong Gi-hun (Lee Jung-jae) ha perso tutto, è minacciato dagli strozzini e vive sulle spalle della madre quando sull’orlo del baratro viene avvicinato da un uomo misterioso. Se vuole può competere per una grossa somma, gli basta chiamare quel numero sul biglietto da visita. Qualche tempo dopo si ritrova in un luogo sconosciuto insieme ad altre centinaia di persone. Sono tutti come lui, immersi in debiti impossibili da ripagare, senza una via uscita. Fino ad ora. Se decideranno di rimanere dovranno superare sei giochi, quelli che si facevano da bambini, ma chi perde muore. Il montepremi è di più di 30 milioni di euro.

 

Virale

Tra un “Hunger Games” e un “Battle Royale” – il romanzo di Koushun Takami – “Squid Game” non è originalissimo. Già altre volte abbiamo visto persone rinchiuse costrette a fare giochi mortali, gare all’ultimo sangue, prove di forza. In questo caso però a spingere la serie ci sono diversi fattori importanti.

Innanzitutto, se non è originale non si può nemmeno dire che sia tutto già stato visto. La salsa è diversa. È esteticamente ipnotizzante. Con i suoi colori sparati, la pulizia dell’immagine, i personaggi grotteschi e simboli dappertutto (metti delle maschere e sicuramente sarà più facile diventare un’icona. “La Casa di Carta” insegna). Si vede comunque che non è un prodotto occidentale, il diverso attrae e noi non possiamo che essere contenti.

Dietro la sua popolarità, però, vi è anche una non piccola spinta data dal particolare momento che l’industria culturale sudcoreana sta vivendo. Dal successo di “Parasite” alla moda globale del K-Pop – il pop coreano – i cui esponenti di spicco, il gruppo “BTS”, hanno cominciato a scalare le classifiche di tutto il mondo. E proprio i loro fan hanno fatto rimbalzare “Squid Game” su ogni social, a partire da Tik Tok.

 

Un racconto sudcoreano e un racconto sul consumismo

C’è anche da dire che amiamo le storie sui perdenti. Li tifiamo, speriamo nella loro ribalta, li incoraggiamo e con loro empatizziamo. Come ha spiegato il regista infatti “La differenza è che gli altri lavori si concentrano sul gioco piuttosto che sulle persone, ma in ‘Squid Game’ non ci sono vincitori, eroi o geni. È una serie sui perdenti”. Le persone e la loro condizione sono il succo dell’opera. È una fotografia del paese, dove i giovani faticano a trovare lavoro e un quarto dei lavoratori sono lavoratori autonomi ammazzati dalla pandemia.

È una fotografia del paese perché come i bambini sono costantemente spronati già dall’infanzia a essere competitivi, ad avere successo, a vincere, così le prove scelte per arrivare al premio multimilionario sono proprio dei giochi da bambini. Da dove tutto è iniziato.

È il dramma del consumismo. Della perdizione dietro al denaro. Del rischiare la propria vita per raggiungerlo. È, in fondo, anche la gioia del divertimento, della vera vita che si prova solo quando si è bambini, spensierati e senza problemi. E senza la paura di morire.

“Squid Game” contro tutti

Contro tutti perché dopo anni a cercare chi lo producesse Hwang Dong-hyuk può ritenersi finalmente soddisfatto, avendo raggiunto una notorietà mai sperata. Contro tutte le altre serie, perché ormai “Squid Game” si è avviata verso la testa della classifica. Contro il consumismo, contro il capitalismo, contro la società senza valori.

Forse. Quello che importa è che non si può iniziarla senza mangiarsela in poco tempo. Netflix ha sicuramente vinto il montepremi finale.

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