di Fabio Salvati

Santo piacere (Dio è contento quando godo)

 scritto e interpretato da Giovanni Scifoni

regia di Vincenzo Incenzo

Sala Umberto dal 8 al 27 ottobre

Si annunciava un’operazione tutto sommato semplice quella di parlare di questo spettacolo da ieri in scena al teatro Sala Umberto: un monologo brillante, interpretato con efficacia e versatilità da Giovanni Scifoni,intorno al tema della sessualità e del complicato connubio con la morale cattolica.

Ma avremmo reso un servizio sommario e ingeneroso se non ci fossimo soffermati a indagare le ragioni del successo virale di questo astro nascente del teatro italiano, che dallo scorso anno, con questo stesso spettacolo, ha fatto sistematicamente sold out ad ogni replica.

 La pruriginosità di un argomento che non smette mai di accendere l’interesse della gente ? Niente di tutto questo: l’argomento è declinato in circa due ore con ironica delicatezza e profondità, schivando con metodica applicazione  le insidie della volgarità.

O sarà la rivincita della morale laica che finalmente giustizia –con un ritardo secolare- quella cattolica, colpevole di aver imprigionato la vocazione gaudente innata nell’uomo (come nella donna), cercando sempre di costringere la genitalità dentro le strettoie di legami affettivi di cui non riusciamo più a cogliere il senso ? No, siamo esattamente dalla parte opposta.

Questo nuovo vate della comunicazione cattolica, sfrontato e osservante allo stesso tempo, si incarica di veicolare il canone apostolico-romano (magari riveduto e corretto, alla luce del recupero di una certa solarità biblica), dissimulando sapientemente la matrice di fondo, dentro una narrazione che riesce ad essere divertente e intrisa di riferimenti dotti, ma anche intima e commovente, laddove sposta continuamente l’attenzione sul piano dei propri ricordi di adolescente in cerca di risposte tra sacrestia e scuola di strada e su quello del suo quotidiano di adulto, con tutte le domande ancora irrisolte.

Così si ride e ci si lascia coinvolgere dallo svolgimento dello spettacolo, che prevede più di un’incursione di una danzatrice (la bella e brava Anissa Bertacchini) a cui è affidato il compito di sottolineare i passaggi simbolici del racconto.

Il taglio complessivo dello spettacolo soffre qua e là di una drammaturgia balbuziente, ma la sommarietà –paradossalmente rispetto a quello che si è appena detto- è la cifra complessiva del copione, simbolicamente rappresentata -a uno dei lati del palco- da una pila di libri, disponibile a lasciarsi abbattere a beneficio dell’incrollabile supporto smart di Wikipedia e da un crocefisso bizantino all’altro lato, che si presta a fungere amichevolmente da attaccapanni per gli abiti di scena, senza con questo mai suscitare l’impressione di una rinuncia alla sua sacralità. C’è anche un grande letto matrimoniale al centro, sovrastato da un filo che regge una lampadina, ma quel talamo (contraddicendo una delle leggi del teatro che impone che un arredo sulla scena o serve all’azione o non deve trovarsi là) non viene mai utilizzato per la sua funzione naturale, ma fa piuttosto da fondale per un inginocchiatoio: quello sì utilizzato spesso da Scifoni, a rammentare alla platea il primato della devozione anche di fronte al simbolo per antonomasia dell’ amplesso coniugale.

 

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