Alla scoperta di San Sebastiano. Intervista al regista e coreografo Michele Pogliani

Continua il Festival “Dance screen in the land” che lo scorso 18 giugno ha visto concludersi le repliche di “Je ne suis pas Sébastien” in una Special Edition per l’Associazione Culturale Canova22. Il solo-installazione vede la regia e coreografia di Michele Pogliani che in collaborazione con l’interprete Giovanni Marino e l’amico Andrea Fabbricino dà corpo ad una drammaturgia profondamente intima, sincera e pura in cui far luce sull’eroica – nonché dimenticata o talvolta sconosciuta – figura di San Sebastiano. Così, in attesa del debutto nazionale in occasione della Rassegna “Esplorare 2023”, per cui verrà presentata la versione integrale dell’installazione performativa, abbiamo avuto occasione di un interessante confronto con il regista e coreografo Michele Pogliani.

Michele Pogliani – Ph. Micro e Mega Fotografie

Lei vanta una carriera di tutto rispetto, che l’ha vista collaborare con importanti figure e realtà del mondo coreutico. Se dovesse però fare solo due nomi, quali sono state le figure che lungo il suo percorso, prima da danzatore e poi da coreografo, hanno lasciato una traccia indelebile?

Sembrerà banalissimo, ma non posso che non nominare Lucinda Childs con cui ho ballato per dieci anni e con cui ho avuto un incontro dal 2019 ad oggi, dopo tanti anni che non ci si vedeva. E come non poter dire Robert Wilson. Lucinda è stata per me una mentore, una madre spirituale, una persona che mi ha guidata non solo a livello di danzatore, a livello coreografico; ma proprio come persona umana. Con Wilson ho fatto una sua esperienza molto importante quando ero molto giovane e all’epoca già mi illuminò su alcuni aspetti del teatro. Lo rincontrai ottantenne qualche anno fa e lavorammo di nuovo insieme. Lui, un personaggio meraviglioso; un genio. Molto severo per quanto riguarda il lavoro e questo mi piace molto. Mi ha lasciato un segno così importante; una visione così importante che non posso che ringraziarlo.

Oltre ad aver rappresentato dei punti di riferimento importanti, ha l’incontro con Lucinda Childs e Wilson lasciato delle tracce nella sua visione coreografica?

Al livello coreografico forse no. Io e Lucinda, ad esempio, a livello coreografico siamo molto lontani: lei è una minimalista pura; ha un linguaggio molto specifico; ha un vocabolario che si affianca tra l’accademico e lo stile di Cunningham. Però da un punto di vista di spazio, di luci, di tempistiche entrambi mi hanno fatto vedere la totalità del palco. Per Wilson non esiste limite a cosa possa essere illuminato e/o diretto. Per quanto riguarda Lucinda, anche. C’è in lei una drammaturgia ovviamente astratta; sonora che mi ha sempre affascinato.

Arriviamo a quello che ad oggi è il suo “marchio di fabbrica”, il MP3 Project. Come nasce l’idea di dar vita a questo progetto artistico e formativo?

Appena tornato dagli Stati Uniti, nel 1997 ebbi la mia prima compagnia fino al 2005. Poi, ad esser sincero, per me l’aspetto ministeriale di tutta la nostra organizzazione culturale mi ha lasciato un po’ segnato perché poi ti rendi conto di essere un algoritmo; un numero per cui non c’è reale interesse in ciò che tu fai. Così, da quel momento, me ne sono andato in Olanda per cinque anni e sono diventato vicedirettore della “Codarts” di Rotterdam e lì mi sono ulteriormente appassionato all’educazione; cioè alla formazione del danzatore. È un paese che quest’arte la promuove, la sostiene e quindi la vede come una professione e non come un hobby mal pagato. Quindi, tornato in Italia per questioni personali, la prima cosa che ho pensato è stato di creare un mio corso di formazione che includesse l’esperienza fatta all’estero e dell’immagine molto interessante che loro hanno della formazione dei danzatori. Ho cercato, quindi, di attingere a quell’idea lì per crearne una mia in piccolissimo e da lì con l’incontro nel 2019 con Lucinda ed il suo produttore, nonché Presidente della “Change Performing Arts”, Franco Laera abbiamo deciso di riformare una compagnia. Lavoro quindi su due piani paralleli: sia sulle collaborazioni con la “Change Performing Arts” sia su cose più specificatamente mie come quest’ultima installazione o come altri lavori fatti negli ultimi anni. Mi piace molto formare i giovani, anche se di una fascia d’età sicuramente complicata.

Giovanni Marino in “Je ne suis pas Sébastien” – Ph. Luca Attili

Da poco si sono concluse le repliche del suo ultimo progetto Je ne suis pas Sébastien che lo vede regista e coreografo in una Special Edition in occasione del Festival “Dance Screen in the land”. Come nasce la scelta di un suo allievo, Giovanni Marino, quale protagonista di questo solo-installazione?

Prima di arrivare alla scelta di Giovanni come interprete, bisogna prima risalire ad una questione che mi riguarda personalmente. L’idea di San Sebastiano mi frulla nella mente da quando sono adolescente. Quando avevo circa tredici, quattordici anni lessi “Confessioni di una maschera” di Mishima dove c’è tutto un capitolo in cui lui scopre un libro del padre in cui ci sono tutte immagini iconografiche di vari pittori e personaggi e si innamorò poeticamente di questo martire, San Sebastiano. Quindi già da allora andai a cercare immagini di San Sebastiano e a leggere delle cose. Poi lo misi un po’ nel cassetto; però rimase comunque sempre in me – nonostante non sia cattolico – la sensazione dell’integrità morale di questo personaggio; di come possa morire due volte per non cedere ad un suo credo. Poi ho cominciato a pensare «voglio fare un lavoro per Giovanni; voglio fare qualcosa per Giovanni» ed eccoci arrivati alla scelta di lui come interprete: abbiamo iniziato a parlare di cosa poter fare per un suo assolo e gliel’ho buttata lì perché in quel momento stavo leggendo questo poemetto di Silvia Bre a cui il pezzo è ispirato (ci sono difatti parti del testo all’interno dello spettacolo). E quindi ho voluto vedere se attraverso le parole di Silvia Bre, ispirandosi ad una statua che per me è arte in movimento, tornare a chiudere il cerchio usando le sue parole per creare delle sequenze in movimento. E siccome Giovanni è un ragazzo con un’integrità morale fuori dal comune, a prescindere dalla sua età (ha difatti un’integrità artistica; integrità morale; un’etica così forte, così viva) per me doveva essere lui San Sebastiano. Lui si è fin da subito innamorato dell’idea. Così abbiamo letto, ne abbiamo parlato, ne abbiamo discusso e l’ho portato a Stromboli dove abbiamo fatto una prima residenza ad ottobre davanti al vulcano inattivo e lì ha cominciato a tirar fuori delle cose già molto interessanti. Per cui mi sembrava il personaggio giusto. Un progetto, questo, tirato fuori dal cassetto nel momento giusto della vita di Giovanni; nel momento giusto della mia vita. Per cui ci siamo trovati in una sorta di scambio molto interessante.

Possiamo, quindi, dire che la drammaturgia di questo progetto sia nata in sinergia tra lei e Giovanni?

Assolutamente sì. Insieme anche ad un mio amico di Stromboli, che in quel periodo lì ci ha aiutati a chiarire dei punti; perché poi è molto difficile essere oggettivi quando si crea. Per cui avere un occhio esterno non legato in particolar modo al progetto ti può aiutare a far vedere delle cose che tu magari in quel momento non stai vedendo. Lui, una mente incredibile.Poi, insomma, essendo anche Giovanni partenopeo; mezzo cubano c’erano tante cose che mi interessavano da legare a quest’idea di San Sebastiano, pur non essendo un San Sebastiano. Difatti il titolo non è casuale. Il nostro è un dialogo con San Sebastiano; una visione nostra di San Sebastiano.

Ora che le repliche di Je ne suis pas Sébastien si sono concluse, vi sono già in serbo progetti futuri sia sul piano “individuale” che su quello della compagnia?

Con la compagnia al momento stiamo andando in tournée a Vienna con il progetto di Lucinda e Wilson e poi, successivamente, in autunno una tournée europea che arriverà fino a Shangai. Parallelamente stiamo lavorando ad un nuovo progetto con Franco Laera che dovrebbe debuttare nel 2024. Poi, in realtà io mi sto affascinando a questa idea dell’installazione per cui ho in mente altre cose da fare in musei o magari al Canova. Mi sta piacendo moltissimo questo aspetto museale; questo aspetto di installazione. Anche perché la cosa bella di questa settimana è che c’è stato tutto un altro pubblico: è venuto il mondo dell’architettura, dell’arte, pochi danzatori. Mi è piaciuto moltissimo. Questo è il mio lavoro in un altro contesto. Mercoledì intanto partiamo per Polignano dove faremo questo nella versione reale, perché questa che abbiamo fatto al Canova è un’edizione speciale. In realtà San Sebastiano ha tutta una sua struttura scenografica ed è pensata per spazi museali e quindi lo debutteremo in questo forma al Museo Pino Pascali.

Salutando così il regista e coreografo, diamo – per chi si troverà in zona – appuntamento il prossimo 23, 24 e 25 giugno con il debutto ufficiale di “Je ne suis pas Sébastien” presso la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare.  Un NON Sebastiano da non perdere!

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