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Requiem di Gabriel Fauré e La Valse di Maurice Ravel: Alexander Soddy sul podio a Roma

Viaggio sonoro all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone con Golda Schultz e Mikhail Timoshenko.

Prosegue la stagione concertistica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia all’Auditorium Parco della Musica ‘Ennio Morricone’ con un programma tutto francese, nelle giornate del 12, 13 e 14 febbraio. Alla guida dell’orchestra e del coro di Santa Cecilia troviamo Alexander Soddy, direttore d’orchestra britannico particolamente noto sulla scena contemporanea per la solidità tecnica e la profondità interpretativa che fuoriesce dai suoi movimenti sul podio: oltre a Soddy il palco dell’Auditorium ha ospitato il soprano Golda Schultz, soprano originaria del Sudafrica e formatasi alla Juilliard School di New York e attualmente protagonista dei principali teatri internazionali, e il baritono Mikhail Timoshenko, baritono russo affermatosi molto rapidamente in ambito internazionale grazie a riconoscimenti in concorsi dedicati al Lied.

Il direttore Alexander Soddy, il soprano Golda Schultz e parte dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Il programma proposto è senza dubbio interessante dal punto di vista dell’accostamento: la serata inizia con la Pavane di Fauré per poi passare al Requiem dello stesso autore, e poi si prosegue nella seconda parte con Ravel, del quale è stato eseguito prima con Shéhérazade per concludere con La Valse, sempre di Ravel. Complessivamente, l’esecuzione del programma è stata pressoché impeccabile, con una perfetta fusione e armonia di tutte le componenti contribuenti a dare vita alle note sulla partitura, impresa non facile dato un consistente organico orchestrale, unito al coro e ai cantanti solisti, la percezione uditiva è che fossero, tutti insieme, un unico organo che respirava, e attraverso il respiro emanassero la musica; a questo proposto sono molto riusciti i piano e le parti dei brani dove la musica doveva sembrare un eco proveniente da lontano, per esempio nella sezione dell’Offertorio del Requiem di Fauré, nel quale la musica di orchestra e voci sembrava rasentare il silenzio, per poi ascendere gradualmente fino ad arrivare a far volare il suono nella sezione del In Paradisium

Un elemento molto interessante da seguire durante la serata è stata l’interpretazione corporea della musica di Soddy durante l’esecuzione: egli conduce con una particolare e accentuata mobilità dei polsi e delle dita, che arpeggiano in aria, con una movenza molto simile al gesto del floreo, il tipico gesto delle mani nelle tradizionali danze andaluse; oltre questa peculiare articolazione degli arti superiori, il movimento con il quale Soddy conduce l’organico è ragionato ma allo stesso tempo emanato dall’interiorità, attraverso inchini, piccoli pas de bourrée e anche attraverso il movimento della testa; un moto discreto, trattenuto, ma profondo. 

I due cantanti solisti hanno affiancato il coro e l’orchestra nel Requiem e il soprano in Shéhérazade: Timoshenko, baritono dal timbro scuro e omogeneo, incredibilmente curato nella ricerca dell’intelligenza musicale attraverso la parola, è in alcuni passaggi sovrastato a livello di volume dall’orchestra e dal coro, facendo perdere in alcuni momenti la melodia da lui portata; ciò non è capitato con il soprano Schultz, che ha dimostrato un ottima gestione del volume della voce, mantenendo perfettamente il ruolo della sua voce all’interno del flusso musicale. 

Inizialmente, quando ho dato la prima occhiata al programma proposto, ho avuto qualche perplessità sull’abbinamento delle opere, dato i diversi immaginari che esse, singolarmente, evocano: iniziamo da una danza cinquecentesca, passando per una messa funebre, arrivando al fascino del lontano oriente e terminando con la messa in musica di una sala da ballo viennese. Una soluzione di continuità è sicuramente la provenienza e il periodo di attività degli autori, entrambi francesi, entrambi operativi a cavallo tra il diciannovesimo secolo e il ventesimo; il programma segue l’ordine cronologico di esecuzione delle composizioni, che coprono un arco di circa quarant’anni, dalla Pavane del 1880 a La Valse del 1920.

Mi chiedevo se solamente la contemporaneità di luogo e di tempo dei compositori fosse sufficiente ad essere il filo rosso dei lavori presentati, ma dopo l’esecuzione ascoltata in sala la visione che ha collegato scenari così diversi era chiara: ogni opera presentata è caratterizzata dal descrivere lo scenario presentato in maniera distante, non coinvolgendo, ma raccontando: Ne la Pavane rimane pochissimo dalla danza a cui si ispira; il Requiem di Fauré non presenta il Dies Irae, il passo di tensione nella messa funebre, è una musica di accettazione, di racconto della morte come continuità della vita, senza timore, senza profondo dolore; Shéhérazade racconta una storia in musica di qualcosa di lontano che rimane lontano, come un libro di fiabe da collezione che è ormai parte dell’arredamento di un salone, e La Valse rimanda a un’epoca e a una musica ormai distrutta dalla Prima Guerra Mondiale.

Il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Ciò che si presenta nel concerto diretto da Soddy non è chi racconta la musica o cosa può raccontare la musica, ma il modo, il come la musica può evocare una determinata atmosfera o scenario anche senza direttamente entrarci dentro, senza coinvolgersi direttamente, ma limitandosi a descrivere, facendo percepire allo spettatore l’immagine descritta musicalmente come qualcosa di distante, come un eco lontano.

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Fauré, Pavane – Fauré, Requiem – Ravel, Shéhérazade – Ravel, La Valse – Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore: Alexander Soddy, soprano: Golda Schultz, baritono: Mikhail Timoshenko, maestro del coro: Andrea Secchi – Stagione Sinfonica 2025/2026, in copertina Alexander Soddy, Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Golda Schultz e Mikhail Timoshenko , Roma, Sala Santa CeciliaAuditorium Parco della Musica 12 febbraio 2026

Foto: ©Musa

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