di Sabrina Sabatino

 

 

Vent’anni di “Radio Clandestina”, il dolore della memoria

È già su un lato del palcoscenico, prima che lo spettacolo cominci. Si avvia, solo, lentamente verso il centro della scena. La Sala Sinopoli dell’Auditorium è piena. Si spengono le luci. Una scenografia semplice: una sedia e qualche lampadina. Ne accende una e mima, agitandola freneticamente con le mani, il labiale del suo interlocutore. Un’anziana “bassetta” che chiede ogni giorno a un anonimo passante per strada cosa c’è scritto su un cartello ‘fittasi’. A vent’anni di distanza dal debutto, Ascanio Celestini torna con lo spettacolo che ebbe il merito di consacrarlo insieme ai suoi personaggi, gli operai di Fabbricae ai soldati di Scemo di guerra, tra i narratori più efficaci del teatro italiano dei primi duemila: parliamo di “Radio Clandestina”. Lo fa, a Roma, il 27 gennaio in una data che porta con sé il peso e il dolore di tempi bui, il Giorno della Memoria. Storie di guerra e residui del passato che – dice Celestini – “non vivono in un museo”, ma continuano ad affiorare nel nostro presente. Anche antisemitismo e razzismo, del resto, “ci sono sempre stati”, ma per i corsi e ricorsi storici è solo in alcuni momenti politici che “trovano il terreno adatto per farsi avanti”: sono queste, invece, le parole che la senatrice a vita Liliana Segre ha pronunciato pochi giorni fa, il 29 gennaio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, contro l’indifferenza di chi ancora nega gli orrori del campo di Auschwitz. Come vent’anni fa, quando fu Mario Martone a proporre a Celestini l’idea di scrivere un testo ispirato al libro di Alessandro Portelli L’ordine è già stato eseguito, la narrazione si costruisce a partire da un dato storico. Il 23 marzo 1944 dieci partigiani attaccano un gruppo di tedeschi in Via Rasella. Il giorno dopo i nazi-fascisti fucileranno 335 italiani in una cava sulla via Ardeatina: dieci italiani morti per ogni soldato tedesco ucciso nell’attentato. “Per rappresaglia”: scrivono questo sui libri di scuola. Ma sui quotidiani dell’epoca si lesse: “i soldati erano altoatesini non tedeschi”, che “l’ordine era stato eseguito perché i partigiani colpevoli non si erano consegnati alle autorità”, che “in fin dei conti erano morti uomini già arrestati e in attesa di giudizio per oltraggio alle truppe tedesche”. Ci si rende conto, da queste dichiarazioni, che lo spettacolo ne darà un’altra versione.

Per rimettere ordine in questa brutale vicenda che si esaurì nel giro di 72 ore, Celestini compie un viaggio a ritroso, recupera le testimonianze orali raccolte dagli storici per narrarle “in maniera viva, diretta e non rovesciata” a un pubblico che non conosce le vite dei partigiani o delle loro famiglie. Accompagna il suo incedere ritmico la musica di una marcia militare, mentre scava nelle pieghe di una storia che è iniziata ancor prima della Grande Guerra, perché è impossibile prescindere dagli eventi che si susseguirono a partire dall’Ottocento nella Roma capitale per comprendere quel fertile ‘terreno’, appunto, che inoculò il germe dell’ideologia fascista in Italia. Dal colonialismo in Africa, le leggi razziali nel ‘38 e i rastrellamenti, fino al proclama Badoglio dell’8 settembre ’43 e lo sbarco degli Americani ad Anzio, il discorso di Celestini che nel teatro è in forma di monologo, fuori dalla sala si trasforma in orazione civile, interroga attivamente chi ascolta, trascinando con sé una domanda, fino alla fine: conosciamo davvero la storia delle lotte dei Gruppi di Azione Patriottica, della liberazione del nostro Paese? È un teatro che parla, un appello agli spettatori in sala sull’importanza di ricostruire con coscienza la cronaca presentata dai giornali. Nel timbro particolarissimo, nel tono asciutto e profondo, nei colori delle voci impersonate dall’attore (che è insieme autore e storyteller o, per dirla in altro modo, un rapsodo moderno) si mostra abilissimo nel raccontare con naturalezza, senza pause premeditate, e rivivere attraverso la parola le reali testimonianze dei fatti che seguirono l’eccidio alle Fosse Ardeatine. E abilissimo nel muoversi tra due piani diegetici: Celestini che racconta i mesi dell’occupazione nazista a Roma, del ventennio fascista e del Dopoguerra e, dall’altra parte, il suo alter ego, la voce narrante che dialoga con la bassetta. Dal loro scambio di convenevoli e “grazie per la cortesia”, si scopre che a dare il titolo allo spettacolo è la “radio clandestina” di messaggi in codice che ascoltava in casa il padre partigiano della bassetta.

Nel 2000 debuttava la prima “Radio Clandestina”, nei locali dell’ex carcere nazista di Via Tasso a Roma, oggi Museo della Liberazione. E oggi come allora, uno spettacolo necessario, potente, antiretorico. Una forma di resistenza civile espressa per il tramite del linguaggio teatrale. Per non dimenticare cosa significarono 75 anni fa parole come ‘fascismo’, per riflettere sulla persistenza di simili fenomeni che gli corrispondono. Che il ‘sovranismo’ (nel Treccani dal 2017) sia un riflesso di questa memoria irrisolta? Un atto di coscienza per rendere giustizia alle sofferenze che riemergono dal basso, dal sostrato popolare di una città che cambia, delle borgate narrate da registi come De Sica in Ladri di biciclette e scrittori come Pasolini. E si chiude proprio con una sua poesia, “La Terra di Lavoro”, tratta da Le ceneri di Gramsci la nuova Radio clandestina. “Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione/ senti ormai che essa non conduce/ a nuova aridità, ma a vecchia passione”. A Celestini va il merito assoluto di aver saputo dare corpo a una storia già raccontata milioni di volte con la ‘passione’, parola che ripetuta più volte chiude lo spettacolo. Se la verità non è sui libri e tracce di “fake news” sono disseminate qua e là nella storia dell’informazione, ci dice Celestini, bisogna interrogare quelle voci indipendenti che hanno riletto criticamente, polemizzato con le menzogne smentite dai processi storici ed estendere ricerche e inchieste di studiosi alla memoria collettiva per esorcizzare la strategia dell’oblio e il pericolo di strumentalizzazione della “storia che è iniziata quel giorno e non è finita più”. E Celestini si conferma ancora, in questo teatro italiano dei vent’anni, una nostra rarissima voce clandestina.

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