“Il libro della giustizia” di Andrea Panatta ovvero come non farti prendere dai “presi“
Se hai intenzione di leggere questo libro certamente non fai parte della schiera dei “presi”, ovvero quelli che non ricercano nulla e a volte invidi. Perché risvegliarsi è estremamente scomodo. Ma questo vuole fare un Andrea Panatta ricompattato ancora una volta su un altro livelli di frequenza, smussato agli angoli eppure tagliente come mai prima: dichiaratamente veicolare vibrazioni, far vibrare corde invisibili, incuriosire verso i propri maestri stessi. La sua, o meglio quella che i maestri gli veicolano, è una vera e propria etica dell’esule, una ricerca esistenziale sempre sul filo di lana, con il coltello che va dai denti all’osso, in una ricerca inesausta di autenticità che esula da ogni consolidato canone di successo comunemente inteso, ma insegna a conquistare un potere, un amore effettivi, da incarnare nelle vita di ogni giorno.
Non ci sono sconti in questo manuale di guerriero animico, che perde durante la scrittura il suo secondo genitore e impara la scalata rocciosa di un processo originale di individuazione, quella che i presi non capirebbero, poiché impone di rinunciare al ruolo sociale, alle influenze psichiche dominanti, alle parti dense introiettate anche malgrado, perché vi si abitua senza accorgersene, per quell’inerzia di default che vince anche i più illuminati; figuriamoci i più, gli ignavi, quelli che non sopportano che qualcuno riesca lì dove non osano nemmeno avventurarsi.
L’autore si esprime nella luce cruda dei nel lockdown, costretto a un riposo forzato che lo priva giocoforza della sua compulsione al fare, impara e consiglia, con l’onestà percepibile dell’esperienza, di arrendersi allo spirito, per vedere, finalmente e socraticamente, agire il daimon. Daimon è ciò che non osi fermarti a guardare in viso e dunque ti rincorre, fino a che non lo affronti e ci fai pace. Quella forza che genera unione di paradossi come la rinuncia di sé e l’amplificazione di potere.
Panatta cresce ancora di qualche spanna, scoprendo l’eredità disagevole e dura come un diamante, come il diamante altrettanto preziosa, di scoprire la fortuna di non appartenere a nulla, quella che crea una grande sofferenza ma regala in cambio una libertà senza pari. Tocca quel passaggio difficile anche a chi conosce l’anaffettività e il silenzio costituzionali di lasciare definitivamente il nido in un processo di sofferenza necessaria, per incontrare il proprio Dio interiore, quello che agisce nel buio e nel silenzio, nel non fare, nella resa che per secoli è stata alla portata esclusiva dei mistici.
Allargare lo sguardo aiuta lui e molti di noi a capire che avere avuto genitori molto difettosi ha creato il giusto vuoto per incontrarlo, e permettergli di alleggerire e raffinare le emozioni dense, i coaguli calcificati di un dolore che ormai scambiamo per la nostra sostanza pura.
È in questo quadro che per primo si mette a nudo esponendo la sua ossessione per la ferita da ingiustizia, il costante senso di persecuzione che lo accompagna per anni, anche con eventi concreti e reiterati. Ma è lì che l’intervento dei maestri guida, concretamente ed energeticamente incontrati nella stanza circolare che Sibaldi insegna, è lì che è costretto a capitolare all’evidenza che siano sempre parti psichiche ad agganciare gli eventuali nemici esterni.
Andrea denuncia anche nella propria attività la fatica di incontrare continuamente persone invase da sensi di colpa e desideri di autopunizione, un pesante karma autoimposto di convinzioni che creano un pieno difficile da abbandonare, per non affrontare il dolore del vuoto che quel distacco genererebbe. Ci riguarda tutti, in qualche forma, e l’orizzonte presente pretende a gran voce che chi tuona autenticità si strappi di dosso ogni pelle superflua, anche quella così simile all’essenziale, che ci si scarnifichi per essere, davvero.
Ma il libro contiene anche istruzioni di sopravvivenza concreta da non sottovalutare, come evitare la troppa umiltà con gli altri, imparare ad indossare la propria corona pur nella coscienza che sono le prove più dure ad elevare, poiché non è certo il vittimismo a scavare la via della maturità. Arrendersi al passato, smettere di cercare di salvare gli altri, batte pulsando in ogni riga l’onnipresente dolore della madre, da dissolvere a morsi per nutrire una immagine luminosa del futuro. Rimanere sani, saldi, quieti, calmi nell’ascolto. Non oscillare, non opporsi, non combattere guerre. Ricostruire la propria famiglia interna. Attraversare le ingiustizie al fine di potersi dichiarare innocenti infinite volte, così queste scompariranno, così come le persecuzioni.
Farsi umili però nell’incontro con quello che appare come destino, accettando che la sofferenza di questo pianeta ha giocoforza un ruolo evolutivo. Imparare a non fare niente interiormente, restando in coraggio, calma, lucidità, mente ferma, determinata e silenziosa anche nelle battaglie più sanguinose, il centro di gravità permanente che per decenni ci siamo chiesti cosa fosse. Nutrire l’anima a dispetto della materia, smettere di pensare ossessivamente, abbandonare opinioni e punti di vista stantii, creare un benedetto vuoto. Concretamente fare silenzio interno, scendere nei ricordi più dolorosi dimenticati e riviverli, come ogni bravo terapeuta sa. Si tratta di lasciare indietro la timidezza e scegliere un coraggio immenso. Perché solo quando resti solo puoi essere davvero grande, uccidere l’ideale, lasciare indietro la bipartizione tra bene e male, incontrare l’anima per penetrare l’aspetto sottile delle cose, sorprendentemente questo genera eros e conquista.
Non è nuova al lettore tematico la coscienza che l’universo non risponda a un piano di moralità, quanto di vibrazioni, il messaggio che aggancia il fuori non è nelle parole ma in ciò che emani come corrente elettrica nell’acqua.
In tal senso è consigliabile perdere la propria forma attuale, tutte le voci dei fantasmi che portiamo dentro e fanno vedere il mondo come un tribunale persecutorio, un’arena di costanti vessazioni. La coscienza marmorea che anche la cognizione del proprio dolore sia un aspetto inutile dell’importanza personale che lascia incatenati al trauma. Tanto che perfino le cosiddette “entità”, i fantasmi, le maledizioni risultano proiezioni delle proprie parti psichiche traumatizzate. Perché, come per l’autore, spesso ci si ammala buttando la spazzatura senza vedere cosa c’era dentro.
Ho vissuto ogni brivido, ogni lancia di Panatta a trafiggere le righe, perché come non mai sto tornando a casa, a rivisitare quelle radici aspre e profonde insieme che hanno creato il mio di esilio, e la mia sconfinata ricerca anomala, a volte magnificamente ricca, altre apertamente disperata. Conosco in ogni poro della pelle come sia importante tornare a svangare quelle radici, restituendo ai genitori il loro peso, tutte le aspettative disattese. Restare nudi, con parola ormai abusata ma non per questo meno efficace, vulnerabili, disorientati nello smarrimento di un cambiamento senza previsionalità possibile, ma che ti lancia inevitabile nel baratro di una richiesta che sembra formulata da quelle bizzarre creature dei maestri, ma gronda dalle proprie viscere riposte.
Senza croce sarebbe difficile immaginare un Cristo, che ora possiamo rileggere come uno stato del cuore purificato, talmente tanto da miracoli, quelli inattesi al giorno d’oggi, come scoprire l’umanità comune del nemico, non separare, amare le parti sofferenti, difendere l’amore come unica via per proteggersi dal buio intorno, perché i legami sono tali solo quando sono fatti di amore e di coscienza. Che il tema dell’esilio diventi dunque vanto, gloria, orgoglio!
Anche se la domanda “chi me lo fa fare” è sempre dietro l’angolo. Le risposte sono anche qui, molto personali: una potrebbe essere nel fatto che solo questa coscienza permette di avvicinarsi a un altro essere umano guardandolo non come contenitore proiettivo di bisogni irrisolti, ma come possibile oggetto di amore purificato. L’altra che vivere pienamente ogni momento come un rituale magico regala all’esistenza altro sapore. Allena la differenza non così chiara in genere tra costruire e distruggere e attuarla con sincerità.
Perché al dunque pare che il regno del visibile e quello dell’invisibile vadano a braccetto, e ogni progresso nell’invisibile nell’altro si riversi.
Credere per provare.
In libreria da martedì 27 Gennaio per Edizioni Spazio Interiore.





