Al Teatro Romano di Fiesole va in scena la madre delle tragedie: non racconta Prometeo, ma racconta noi.
Prosegue l’edizione 2026 dell’Estate Fiesolana al teatro romano con un ritorno all’origine del teatro con il Prometeo di Eschilo, firmato da Gabriele Vacis con le attrici e gli attori di PoEM – Potenziali Evocati Multimediali. Uno dei testi fondativi della tragedia greca torna in scena in una lettura che intreccia al verso di Eschilo le voci di Luigi Meneghello e William Golding, e attraversa più lingue, dall’armeno all’albanese, per restituire il senso di un mondo arcaico e sfuggente. Canto e danza sostengono l’impianto corale dello spettacolo, in una scena volutamente spoglia dove tutto è affidato ai corpi e alle voci degli interpreti. Nata nel 2022 al Teatro Olimpico di Vicenza, la produzione porta a Fiesole un’esperienza teatrale che ricostruisce la tragedia greca con i corpi di oggi.

Nella foto, Prometeo a Segesta
La vicenda scritta da Eschilo, andata in scena per la prima volta intorno al 460 a.C., si svolge in Scizia, dove Efesto incatena Prometeo a una rupe per volere di Zeus: il titano ha rubato agli dèi il fuoco, insieme al pensiero e alle arti, per farne dono agli uomini. Ad assistere alla sua pena giungono le Oceanine, che formano il coro, e il vecchio Oceano, che tenta invano di intercedere presso Zeus. Sopraggiunge poi Io, la ninfa mutata in giovenca e perseguitata da un tafano, a cui Prometeo predice la fine delle sofferenze e una discendenza gloriosa. Infine arriva Ermes, inviato dal dio per estorcere un segreto che minaccia il suo potere: al rifiuto del titano, Prometeo viene precipitato nell’abisso insieme alle Oceanidi, fedeli alla sua sorte fino all’ultimo. Un dramma statico nella forma, ma che muove dentro: la ribellione di un dio contro l’arbitrio del potere.
“Sul coro greco abbiamo pochissime informazioni, perciò vale tutto” racconta Gabriele Vacis, regista e voce narrante che guida la vicenda in scena, spiegando la sua personale restituzione del coro antico. Gli attori si muovono dietro e intorno ai dialoghi tra Prometeo e i suoi visitatori, danzando e cantando: amplificano in corpo e voce le emozioni delle scene, evocano suoni e ambienti che le parole si limitano a descrivere, traducendosi in una scenografia umana su un palco volutamente spoglio. I ruoli si scambiano di continuo: Prometeo diventa i Prometei, le Oceanine si trasformano ora nella madre del titano, ora nella sofferente Io, in un flusso di scambi e metamorfosi che possiede una sua logica interna, anche quando allo spettatore non sembra averla.
La versione firmata da Gabriele Vacis della prima tragedia del più antico dei tragici a noi giunti convince. Un rigore filologico assoluto è impossibile quando si lavora su testi così remoti, di cui abbiamo perso, con ogni probabilità, ampie porzioni lungo il loro cammino fino a noi. Ciò che tiene vivo un testo simile, restituendo qualcosa di quanto vedevano gli spettatori antichi, non sta nel riprodurre pedissequamente le forme originarie – operazione che rischia spesso l’artificio, un simulacro che conserva la forma perdendo il contenuto – quanto nel ridare, con sguardo contemporaneo, gli stessi intenti e la stessa sostanza, in forme capaci di risuonare oggi. La resa delle vicende di Prometeo affidata agli attori, o meglio ai performer, si è rivelata intensa: un lavoro fisico impegnativo, sostenuto per ottanta minuti da interpreti che saltano, gridano, cantano e si armonizzano, restituendo le parole di Eschilo con notevole efficacia.
“Il teatro greco era la scuola del popolo, dove si spiegava la democrazia mentre veniva creata”: le parole di Vacis aiutano a cogliere una vicenda ambientata in uno spazio e un tempo che non sono spazio né tempo, e per questo eterna – dimensione in cui Eschilo racconta di un dio tiranno per spiegare un principio attuale: la legge del governante merita rispetto, finché non trascende in tirannia. Su questo crinale si muove Prometeo, colui che vede prima degli altri e per questo è descritto come traditore, dai Titani e poi dagli dèi: forse è il destino di chi intuisce il cambiamento prima che avvenga.

Nella foto, Prometeo a Lecce
Un solo tradimento gli resta estraneo, quello verso gli umani, amati al punto da farsi divorare il fegato per proteggerli, portatori di un difetto: somigliare troppo agli dèi tirannici da cui trasse ispirazione. La tragedia madre del teatro ci parla delle nostre origini e ci ricorda il senso profondo dell’esperienza teatrale: da Eschilo in poi, il teatro è uno specchio che ci restituisce la nostra immagine, permettendoci di guardarci dall’esterno e, forse, di migliorarci.
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Prometeo – tratto da Prometeo incatenato di Eschilo – regia Gabriele Vacis – scenofonia Roberto Tarasco – cori a cura di Enrico Rebaudo – con le attrici e gli attori di Potenziali Evocati Multimediali (PoEM), impresa sociale nata nel 2021 da una classe della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino a cui si sono uniti Roberto Tarasco e Gabriele Vacis – una produzione Potenziali Evocati Multimediali – Estate Fiesolana 2026, organizzata da PRG srl e Associazione Music Pool – Teatro Romano di Fiesole, lunedì 20 luglio 2026.





